La dipendenza dal gioco d’azzardo è una malattia mentale, che aliena la persona dalla sua vita, annullando la sua volontà.

Prima di acquisire tutte le informazioni scientifiche (e legislative) in merito all’argomento che mi accingo a trattare, non avevo idea delle cifre con cui mi sarei confrontata. E neppure dell’imprecisione della terminologia comunemente impiegata per definirlo. Tanto per cominciare, quindi, propongo di bandire dal post il termine “ludopatia”, che uso ora e che non riprenderò mai più. Questo vocabolo, infatti, come molti esperti fanno notare, non rende affatto ragione della gravità del fenomeno del disturbo da gioco d’azzardo (DGA), che configura una vera e propria dipendenza, con le stesse caratteristiche e meccanismi d’azione delle dipendenze da sostanze d’abuso ma sine substantia. E con le medesime, tristi conseguenze.

Già nel 1980 l’American Psychiatric Association lo riconosce come disturbo psichiatrico. Ma è nel 1994 che il DSM (Manuale Diagnostico e Statistico dei Disturbi Mentali, la Bibbia dello psichiatra) lo classifica come disturbo del controllo degli impulsi, in particolare come “comportamento persistente, ricorrente e mal adattativo di gioco che compromette le attività personali, familiari o lavorative”. Nel 2013 il DSM lo fa rientrare nelle dipendenze comportamentali.

La dipendenza cresce via via che aumenta il numero degli episodi al tavolo da gioco, si fa sempre più invalidante con l’intensificarsi delle perdite economiche, imprimendo un comportamento compulsivo, che distoglie la persona da tutti i suoi interessi, per concentrare la sua attenzione solo sul gioco. Neppure le difficoltà economiche possono fermare la compulsione a giocare: la persona vive in una sorta di fissazione sull’idea di recuperare i soldi persi. E’ la fase della rincorsa alla vincita, che segue quella dell’entusiasmo iniziale (fase della luna di miele) per l’adrenalina liberata dal gioco. A questo punto la mancanza di controllo sulla gestione del denaro è totale. Il paziente (si tratta di una malattia, lo ricordo) peggiora la sua situazione, perdendo sempre più soldi e arrivando a chiedere prestiti per finanziare la propria sciagurata impresa. Questo è normalmente il campanello d’allarme più rumoroso ed efficace nel richiamare l’attenzione degli amici.

Il ruolo della famiglia e delle amicizie è fondamentale, perché coloro che soffrono di dipendenza patologica da gioco d’azzardo non lo riconoscono e hanno speranza di sottoporsi a trattamenti di disintossicazione solo se convinti dal proprio entourage.

La vita delle persone che intrattengono legami affettivi con questi malati è messa alla prova da molti punti di vista. Il gioco riempie la vita del loro famigliare/amico, impedendogli di lavorare ed occuparsi degli affetti, costringendolo ad impegnare soldi nel gioco e portandolo, in breve, alla completa disorganizzazione della propria vita. Siamo già alla fase della disperazione, quando giocare diventa la cosa più importante, l’unica che conti.

 

Le terapie. Si basano su programmi di riabilitazione personalizzati e svolti in équipe multidisciplinare. Particolarmente efficace risulta essere la terapia cognitivo-comportamentale, che lavora sui meccanismi della dipendenza e insegna al paziente le tecniche da applicare quotidianamente per gestire lo stimolo al gioco. Lo scopo del trattamento è smascherare le false convinzioni interne alla mente del paziente che lo spingono a giocare per sostituirle con atti di volontà ed autodeterminazione positivi che ne rinforzino la motivazione. Sostituire l’istinto di autosvalutazione ed autodistruzione con autostima. Nelle situazioni più gravi la psicanalisi viene affiancata dalla terapia farmacologica con medicinali che dipendono dalla condizione psicologico-emotiva del paziente. Il DGA, infatti, si presenta spesso in associazione ad altri disturbi della sfera psichica, quali la depressione, il disturbo bipolare, l’impulsività, l’alterazione del comportamento alimentare, l’abuso di sostanze (alcol, tabacco, droghe), i disturbi della personalità, il deficit dell’attenzione con iperattività, il disturbo da attacchi di panico. E provoca anche manifestazioni fisiche simili a quelle connesse allo stress, come l’ulcera peptica. Nel fisico anche i segni dell’astinenza: cefalea, tremori, tachicardia e sudorazione profusa. Successivamente ai colloqui individuali la cura prevede la frequentazione di gruppi di auto-aiuto guidati da un professionista e composti da persone che soffrono della stessa patologia e che si sostengono a vicenda nel difficile percorso di recupero.

La presenza di un terapeuta è importante anche per aumentare la consapevolezza dei famigliari riguardo i comportamenti da adottare per sostenere il proprio caro.

 

La dipendenza da gioco d’azzardo è un problema sociale. E’ complicato dare un’idea del numero delle persone affette da questa patologia, perché non esiste una rilevazione sistematica dei pazienti in trattamento. Ma le stime riferiscono che si tratta di un problema che colpisce fra l’1 ed il 3%  della popolazione adulta. Secondo uno studio condotto da IFN-CNR di Pisa nel biennio 2013-14, risulta che circa 17 milioni di persone (il 42,9% della popolazione) nel nostro Paese hanno giocato almeno una volta somme di denaro. Fra gli individui problematici rientranti in questa casistica la prevalenza maschile è abbastanza definita (9:1). La diffusione sul territorio spiega la presenza dei SerT (i servizi che si occupano delle dipendenze patologiche) dedicati esclusivamente alla diagnosi ed alla cura del DGA. Ma, per avere un’idea della gravità del problema, dovete tenere presente che i trattamenti per curare il DGA sono compresi nei Lea, i livelli minimi di assistenza, ossia le prestazioni sanitarie che lo Stato si impegna a fornire ai cittadini gratuitamente. Sugli stanziamenti di denaro vale la pena che ci fermiamo per una breve riflessione. Nella Legge di Stabilità 2015 sono stati stanziati 50 milioni per la lotta alle dipendenze da gioco d’azzardo, che avrebbero potuto (e dovuto, per la verità) essere investiti in maniera strategica per aumentare la consapevolezza nei confronti della patologia e stimolarne le iniziative volte alla sua prevenzione. E’ importante ricordare che quei soldi non sono stati usati.

Come ha sottolineato Emilia De Biasi, allora presidente della Commissione Igiene e Sanità in Senato a margine di un incontro svoltosi nel Marzo 2017 a Milano dal titolo Regolamentare il gioco: ridurre la domanda e l’offerta, salvaguardare le persone:

Gli stanziamenti sono inutili se non sono agganciati al monitoraggio ed alla programmazione, sono soldi buttati via.

Cosa fa la politica per contenere il fenomeno. Slot-machine, scommesse, poker online, lotto e superenalotto sono spesso un punto di innesco del fenomeno dell’azzardo anche in giocatori normalmente consapevoli, ma in particolari condizioni di fragilità emotiva. Nel tentativo di arginare il fenomeno del gioco d’azzardo sono state avanzate proposte di restrizione degli orari di apertura delle sale gioco e di agevolazioni fiscali per i locali che si liberano delle slot-machine. Tuttavia le sole iniziative volte all’aumento dei divieti difficilmente possono essere considerate efficaci nei confronti della prevenzione delle dipendenze. La proposta che vorrebbe eliminare totalmente la pubblicità del gioco, poi, si scontra con la realtà degli annunci online, impossibili sia da controllare che da rimuovere. Quello del gioco nel web è un tema molto caldo, che necessita di maggiore controllo: proprio perché è un ambito che garantisce l’anonimato e che evita l’esposizione agli sguardi altrui, diventa più facile accedervi, anche e soprattutto per i più giovani.

In conclusione, dal punto di vista politico, investire il denaro stanziato (intanto) potrebbe essere un buon inizio. Destinarlo, secondo programmazione, a misure preventive e rilevarne i feedback una gradita prosecuzione. Che la politica esprima iniziative di carattere nazionale, in ogni caso, un dovere.

 

(Post aggiornato il 10 aprile 2018)