Se non agiamo l’antibiotico resistenza diventerà la causa principale di morte: ecco perché siamo tutti stakeholder della Salute, ognuno nel proprio ruolo.

L’opinione pubblica è galvanizzata dal dibattito sui vaccini, mai sopito e addirittura rinverdito dalle recenti dichiarazioni di alcuni esponenti del nuovo Governo. Sui temi scientifici, si sa, le discussioni non sono mai troppe e il dubbio è benvenuto, se è vero che il progresso scientifico trae linfa più dagli interrogativi (vera forza motrice dell’innovazione) che non dalle certezze.

Intanto, tuttavia, una nuova emergenza, che condivide peraltro con i vaccini più di un aspetto, sta prendendo piede. E’ una minaccia di morte. Ma non è questa l’unica, pessima notizia: questa urgenza è lo spauracchio di una drammatica regressione, che paradossalmente prende piede proprio ora, nel bel mezzo del nuovo Rinascimento scientifico.

Si tratta dell’antibiotico resistenza, un’emergenza che intimidisce e che, sinistra, promette di fare più morti del tumore. Un rischio (in parte già realtà) che impatta ed impatterà sempre di più sui bilanci degli Stati e sulla sostenibilità di un Sistema Sanitario universalistico come il nostro, già provato e infragilito. Secondo l’Organizzazione Mondiale della Sanità, se non si metteranno in atto misure di contenimento, nel 2050 i superbug saranno la principale causa di morte nel mondo.

Se questo è il problema, è legittimo domandarsi se possiamo fare qualcosa per opporci all’inesorabile destino che si va profilando. Possiamo, noi tutti, blogger, giornalisti, operatori sanitari e comuni cittadini, impostare comportamenti virtuosi per difenderci da questo rischio, per arginare la diffusione dei batteri resistenti agli antibiotici?

Con questi interrogativi, giovedi 14 giugno sono partita per Roma, per ascoltare gli esperti riuniti a “Infezioni batteriche e contrasto all’antibiotico resistenza in Italia: Scenari, Priorità e Obiettivi secondo un approccio One Health”, organizzato da MSD.

Come un tuono fragoroso che squarcia il cielo, irrompe Ranieri Guerra (Assistant Director General di Organizzazione Mondiale della Sanità, WHO), in videoconferenza dal suo ufficio: l’antibiotico resistenza impatta sul PIL per il 3%. Anche solo questo legittima, dal punto di vista economico finanziario, investimenti urgenti. Del resto, non è affatto per caso che la questione sia arrivata sul tavolo dell’ONU nel 2016.

antibiotico resistenza stewardship

 

Avete dubbi sul fatto che servano investimenti in ricerca e sviluppo? Se sì, continuare a leggere il post non può farvi che bene.

Ma, attenzione, non dobbiamo investire solo nella direzione di scoprire nuovi antibiotici. E’ necessario sviluppare anche nuovi sistemi diagnostici, che, più veloci, diano informazioni in tempo reale sul tipo di infezione e sulla sensibilità del germe agli antibiotici in uso, in modo da approcciare la terapia il più presto possibile ed aumentare le possibilità di guarigione.

E non basta: per conoscere approfonditamente le reali criticità, dobbiamo raccogliere informazioni significative sulle infezioni in maniera sistematica ed estesa. Perché i dati sono fondamentali per capire dove e come agire, al fine di massimizzare i risultati.

In particolare per gli ospedali, veri e propri amplificatori per la diffusione delle infezioni antibiotico resistenti. Di frequente accade che, in ragione di dimissioni sempre più precoci, i pazienti debbano affrontare da soli la gestione di un’infezione contratta in ambiente ospedaliero, rimbalzati da un medico all’altro e privi di una figura di riferimento. E’ evidente la necessità di fornire adeguate istruzioni al paziente al momento della dimissione, così come è chiaro che l’empowerment del cittadino nei confronti dell’antibiotico resistenza debba, in generale, passare attraverso l’informazione.

Ma le cattive notizie non sono finite: l’Italia è in una situazione particolarmente critica. A causa delle gravi disuniformità al suo interno, fatica ad implementare iniziative per loro stessa natura efficaci nella misura in cui estese e condivise. Così, ci ritroviamo ad avere un’incidenza di infezioni dovute a microorganismi resistenti agli antibiotici fra le più elevate in Europa, come evidenziano sia l’onorevole Elena Carnevali che il professor Gianni Rezza (Direttore del Dipartimento Malattie Infettive, Parassitarie e Immunomediate dell’Istituto Superiore di Sanità), commentando i dati degli European Centers for Diseases Control (ECDC).

E’ alla luce di questo quadro sfavorevole che il Ministero della Salute ha elaborato il PNCAR (Piano Nazionale di Contrasto all’Antibiotico Resistenza), che comprende le linee guida per la sorveglianza, la prevenzione e il controllo delle infezioni e per il corretto utilizzo degli antibiotici. Il PNCAR, qui presentato da Claudio D’Amario (Direttore Generale della Prevenzione Sanitaria del Ministero della Salute) ha fissato le tempistiche, le azioni e gli obiettivi strategici, su base nazionale.

Un altro problema (come vedete, li stiamo sviscerando via via che emergono nel dibattito) è la mancanza di dialogo fra i vari stakeholders. Come potete ben immaginare (e come WELLNESS4GOOD vi ha in più occasioni raccontato), la quantità di antibiotici venduti al mercato zootecnico supera quella destinata alla terapia umana. Ma le regole per la somministrazione di tali farmaci agli animali d’allevamento non sono restrittive come dovrebbero e, soprattutto, non sono uniformi a livello globale. La nostra Salute è direttamente collegata a quella degli animali di cui ci alimentiamo: per questo, se vogliamo occuparci di antibiotico resistenza in maniera corretta, dobbiamo utilizzare l’approccio One Health, che coinvolga medicina umana e veterinaria, ricerca, agricoltura e comunicazione.

E poi ci sono i nostri comportamenti quotidiani, le nostre reazioni illogiche alle paure. Queste sono potenti propulsori per gli atteggiamenti irrazionali, in particolare quando riguardano in nostri figli. Perché nulla ci preoccupa più della loro Salute. E, per proteggerla, siamo disposti a fare veramente tutto. Anche a sbagliare.

Sì, perché, così come non facciamo il loro bene quando non li vacciniamo perché temiamo l’autismo, allo stesso modo non ci prendiamo cura di loro nella maniera migliore quando ossessioniamo il pediatra perché prescriva loro l’antibiotico ai primi segnali di febbre. L’antibiotico non è una panacea per tutti i mali (non lo è, per esempio, per il raffreddore e tutte le altre infezioni virali) e non ha senso fare cure preventive in situazioni normali. Se usiamo male gli antibiotici, questi diventano sempre meno efficaci: i batteri, esposti alla loro azione in mancanza di indicazione terapeutica, sviluppano meccanismi che li rendono sempre più potenti, fino al punto da diventare completamente insensibili.

Lo sapevate che il 57% dei cittadini interpellati non sa che gli antibiotici sono inefficaci contro i virus? Come sottolinea il professor Francesco Menichetti (Presidente GISA – Gruppo Italiano per la Stewardship Antimicrobica):

L’Italia è uno strano Paese: troppa diffidenza nei confronti dei vaccini ed eccessiva confidenza nei confronti degli antibiotici

I batteri sono stati i primi organismi a colonizzare la Terra: da allora, a causa della loro incredibile capacità di adattamento, sono sopravvissuti fino ai giorni nostri. Questo ci fa capire che individuare in loro dei punti deboli non è affatto semplice.

E, dall’altro lato, non avere più a disposizione antibiotici efficaci significa regredire ad epoche passate, periodi storici che preferiremmo non dover ricordare, nei quali le persone morivano a causa di banali infezioni o semplici ferite.

antibiotico resistenza AMR

Come ci ricorda Nicoletta Luppi (Presidente e AD di MSD), il Direttore Generale di WHO Tedros Adhanom Ghebreyesus ha chiarito una volta per tutte la portata del pericolo:

La Storia ci viene in soccorso, ci insegna. Ma noi dobbiamo essere in grado di imparare. La Storia racconta che il primo paziente curato con il primo antibiotico, la Penicicillina, è morto. Ma noi sappiamo, altra informazione che questa disciplina ha provveduto a trasmettere, che la Penicillina funziona. Il punto è che deve essere somministrata a dosi e modalità corrette, per una terapia di durata opportuna. Quando sono stati individuati questi parametri, i pazienti hanno cominciato a trarne i ben noti benefici. Questo per dire che avere a disposizione uno strumento innovativo (l’antibiotico) e usarlo male (fuori dall’indicazione terapeutica, saltando le dosi, non rispettando gli orari, prolungando o accorciando la terapia arbitrariamente) può neutralizzarne l’efficacia.

Per questo le istituzioni (sia politiche che sanitarie) promuovono la stewardship antimicrobica. E’ il professor Matteo Bassetti (vice Presidente SITA – Società Italiana Terapia Antinfettiva) a spiegarci di cosa si tratti. Stewardship antimicrobica significa dare il farmaco giusto, alla giusta dose, per la giusta durata e con il giusto ritmo di somministrazione.

Il buon senso ci direbbe che la cosa migliore sarebbe non ammalarsi. E avrebbe ragione. Anche se non possiamo azzerare la possibilità di contrarre patologie, possiamo ridurre in maniera significativa questo rischio. Come? Diffondendo la cultura della prevenzione. Vaccinandoci (come vedete, i cerchi cominciano a chiudersi), osservando le opportune regole igieniche nelle nostre case (dalla corretta conservazione dei cibi all’adozione di stili di vita salutari) e facendo cose molto semplici come lavarsi le mani.

Sembrerà banale, a molti addirittura una raccomandazione pressoché ininfluente.

Tutti noi, ognuno nel proprio ruolo, siamo chiamati a questa assunzione di responsabilità. Medici, infermieri, farmacisti, manager del settore sanitario, allevatori, comuni cittadini: siamo tutti coinvolti nella gestione di un rischio, qui e ora. Per questo dobbiamo tutti formarci ed informarci, per capire come adeguare i nostri comportamenti a standard virtuosi, in modo da partecipare tutti alla lotta contro un nemico comune, che ci sta attaccando qui (i batteri non possono essere bloccati alla frontiera) e ora (i morti per infezioni antibiotico resistenti sono già 700.000 ogni anno).