Lo Stato fa sentire la sua presenza nella tutela della salute pubblica attraverso il decreto sui vaccini obbligatori.

Venerdì la mia mattinata è trascorsa in un dipanarsi di letture a tema e commenti social in attesa dell’evento del mese: la presentazione del decreto sui vaccini obbligatori. Lo attendevamo. E’ arrivato. E, come ampiamente previsto, ha scontentato tutti. Vaccinisti e antivaccinisti. Persino i diversamente vaccinisti, quelli che “non sono contro i vaccini, ma…”.

Com’è potuto succedere? Semplice, potenza dell’irresistibile fascino della polemica.

Non che il provvedimento sia esente da aspetti discutibili (ne parlerò più avanti), ma, obiettivamente, la nostra tendenza ad amplificare la complessità della materia (che, tuttavia, nessuno di noi può definire facile) è superiore alla naturale tendenza ad accettare le disposizioni politiche per quello che realmente sono, soprattutto quando scelgono di privilegiare la sostanza pubblica del loro operato. Tentativi di interpretazione e gestione della realtà. Tuttavia, proprio perché la situazione non è nemmeno semplicissima, anche qualsiasi altra iniziativa avrebbe fallito nell’intento. Il livello di approssimazione, in questi casi, non può spingersi sotto certi livelli ed una tolleranza superiore dovrebbe comunque rientrare nei margini di accettabilità. E, del resto, le iniziative che privilegiano l’aspetto pubblico sono destinate ad essere impopolari perché livellanti.

Tuttavia, contestualmente, nella libertà di espressione del mio parere concessami dal blog, ritengo che questo decreto sia complessivamente positivo.

I punti salienti del decreto proposto dal Ministro della Salute Beatrice Lorenzin e votato dal Consiglio dei Ministri riguardano in primo luogo l’introduzione dell’obbligo e la sua estensione a 12 vaccini: esavalente (anti-pertosse, anti-epatite B, anti-tetanica, anti-difterite, anti-polio, anti-Haemophilus B), anti-morbillo, anti-parotite, anti-meningococcica B e C, anti-rosolia ed anti-varicella.

La mancata adesione alle vaccinazioni obbligatorie da parte dei bambini di età compresa fra 0 e sei anni comporterà l’impossibilità di formalizzare l’iscrizione ad asilo nido e scuola materna. Sanzioni da 500 fino a 7.500 euro per i genitori dei bambini/ragazzi da 6 ai 16 anni che iscriveranno i loro figli alle scuole senza avere provveduto alle vaccinazioni previste come obbligatorie. Possibile anche la sospensione della potestà genitoriale.

Di fatto l’assunzione di responsabilità da parte dello Stato nei confronti di una procedura medica di fondamentale importanza per la salute pubblica che, sulla base di riscontri scientifici ormai collaudati, ritiene sicura ed efficace, è esemplare.

La libertà di scelta sui vaccini ha probabilmente contribuito ad insinuare nell’opinione pubblica la falsa ed ingiustificata convinzione che si trattasse di un’iniziativa sanitaria complementare, dedicata a coloro che avvertivano, per ragioni particolari, la necessità di proteggersi in misura maggiore rispetto alla media della popolazione. I tempi sono cambiati, non c’è più ragione di ricorrere a strumenti superati.

L’offerta della prestazione come gratuita (naturalmente in base alle fasce d’età e in maniera subordinata alle decisioni delle singole regioni) ha forse anche peggiorato la situazione. Non sarebbe il primo caso di un prodotto sottovalutato perché a costo zero: purtroppo accade spesso che le persone identifichino il valore di un bene o servizio con la quantità di denaro che devono sborsare per acquistarlo.

Si tratta di una maniera di pensare ancora più sottile e impalpabile rispetto a tutti i pregiudizi su Big Pharma ed i suoi business e sui complotti universali ai danni della nostra salute. Perché, mentre per arrivare ad immaginare trame ordite a nostra insaputa (e, vorrei dire, evidentemente fallite, se così tanti individui ne sono a conoscenza) è necessario ragionare e almeno farsene un’idea (anche se confusa e priva di fondamenti scientifici), in questo caso, scattano meccanismi automatici. Costa poco, vale poco. Da questo punto di vista, avere progettato e pubblicizzato un Piano Nazionale Vaccini unico al mondo per ampiezza dell’offerta, potrebbe avere rafforzato ulteriormente questo già serpeggiante sospetto.

Ma, al di là di questa considerazione personale, la centralizzazione del potere decisionale dello Stato in una materia così delicata e la risolutezza mostrata nel non cedere ai richiami del buonismo sono l’espressione di un atteggiamento istituzionale coerente e ripristinatore di una modalità di vivere il “pubblico” come un aspetto dimenticato ma ora più che mai necessario. Lo Stato ha l’obbligo in primis di tutelare la dimensione pubblica, nel rispetto, chiaramente, di quella individuale. E, se la frammentazione della Sanità nell’ambito dell’intricato e perverso rapporto Stato-Regioni, inibisce in maniera sistematica gli interventi che privilegiano questo aspetto, è non solo legittimo ma persino sacrosanto che lo Stato intervenga per riequilibrare la propria posizione.

Insomma, cosa avrebbe dovuto fare lo Stato? Girarsi dall’altro lato? Diffondere leaflet informativi?

Una cosa è certa: i vaccini obbligatori devono essere inquadrati come una soluzione di emergenza (e magari anche temporanea) che non può sostituire la formazione degli operatori sanitari (non proprio impeccabile, se sempre più addetti ai lavori sconsigliano la vaccinazione e non vi si sottopongono in prima persona, mettendo a rischio l’incolumità dei pazienti), l’informazione al pubblico (la cui consapevolezza deve essere completa, almeno per gli aspetti di pertinenza, perché il suo engagement nella campagna vaccinale ne determina il successo e perché la promozione della cultura scientifica e pubblica ha in generale valore inestimabile) e l’organizzazione dell’intero sistema vaccinale (dall’efficienza dei centri che effettuano l’immunizzazione alla garanzia degli approvvigionamenti di vaccini).

Detto ciò, la questione delle sanzioni proprio non ci voleva. Questa sì che rappresenta il compromesso tipico del registro politico che indebolisce il valore scientifico del provvedimento, introducendo parametri economici che non è difficile né tendenzioso associare a possibili discriminazioni. In sostanza, i figli delle famiglie che si vorranno/potranno accollare le sanzioni vivranno la discriminazione delle tutele, mentre gli ambiti meno benestanti potrebbero subire il peso della disparità nella libertà di scelta e quindi vivere l’obbligo vaccinale come un’impossibilità a “comprarsi” la libertà di scegliere e non già come una forma di protezione superiore offerta dallo Stato.

Capisco la necessità (tutta politica) di mettere d’accordo i Ministeri, ma non comprendo in nessun modo perché si sia introdotto un fattore economico potenzialmente discriminante in un provvedimento nel quale si intende promuovere l’aspetto sanitario pubblico in maniera “pura”.

(Photo credits: beatricelorenzin.it)