Riflettere sulla gestione dell’informazione online (e non solo) sui vaccini può servire a scongiurare il rischio anarchia, che spesso si cela dietro la perfetta democrazia.

La sfida della comunicazione scientifica sui vaccini deve affrontare un altro, arduo capitolo. Una questione che afferisce a temi dall’aspetto duplice. Qualcosa che, in termini più generali, costituirebbe un supporto e che, date le circostanze storiche e tecnologiche tipiche del momento attuale, diventa un potenziale detrattore.

Parlo dei meccanismi di produzione e approvvigionamento dell’informazione.

Non bastano i confronti sulla validità scientifica, sull’affidabilità farmacologica, sui rischi paventati e pericolosamente (spesso anche incoscientemente, quando si costruisce un articolo sulla base di dati sbagliati o usati in maniera scorretta) sbandierati dai media. Oggi i vaccini “spaccano”, fanno audience. Tutti ne parlano. Giornali, social media, blog, salotti televisivi. Ognuno dice la propria.

In virtù dello stesso principio grazie al quale ciascuno di noi può accedere all’informazione da utente, ognuno è libero di produrla.

Frequentando i social media, leggendo i giornali, ma anche, più semplicemente, parlando con le persone per strada, mi imbatto di frequente in commenti confusi sui vaccini. Non solo in termini negativi. Talvolta le affermazioni non sono condivisibili, sul piano scientifico, anche quando se ne parla in maniera entusiastica.

Leggi alcune frasi e ti domandi come sia possibile che le persone ne sappiano non così poco, ma così “troppo” e così male.  

Si scorge, dietro al susseguirsi di parole combinate in modo raffazzonato (purtroppo molti utenti dei social non ritengono fondamentale la sintassi), l’ombra di letture. Si intravedono siti web e statistiche. Numeri, per carità. Ma che hanno la stessa valenza di armi se diffusi e gestiti secondo consapevole disegno eversivo e affidati a gruppi di persone abili ad amplificare paure e veicolare sospetto.

Un po’ controintuitivamente, il problema qui non è la poca informazione sui vaccini. Prova ne è che non se ne è mai parlato tanto quanto ora. Ma, piuttosto, la cattiva informazione. Come se ne parla, su quali canali, secondo quali modalità.

La democrazia va gestita. Altrimenti diventa anarchia. Attribuire lo stesso peso a considerazioni scientifiche provate e ad opinioni personali sorte e sviluppatesi lontane da ambienti di studio, lo abbiamo detto più volte, non è propriamente un’ideona. Così come non risulta essere di grande utilità cavalcare l’opinione pubblica, anche se con le migliori intenzioni. Né agitare numeri, quando non sono più che verificati e adeguatamente accompagnati dalla fonte che li ha originati, che si suppone, vista la delicatezza dell’argomento e delle sue ripercussioni sulla salute pubblica, autorevole.

Tutta l’informazione che circola in rete, sulla carta stampata, in televisione, dove va a finire, se le persone ne sanno così poco e così male?

In questo preciso istante, la popolazione, sulla base della quantità di informazioni circolanti e dell’accessibilità a queste fonti, dovrebbe essere mediamente super-esperta in tema di vaccinazioni. Ma, come purtroppo ben sappiamo, le cose non stanno così.

Ore 6,30 circa. Apro la rassegna stampa. Poi i social. Stamattina si comincia con Facebook. Il primo post su cui mi cade l’occhio riguarda (toh, guarda, che strano…) i vaccini. I commenti si nutrono dei pareri di persone evidentemente al di fuori degli ambienti scientifici professionali. Tuttavia non fare lo scienziato di mestiere non significa essere ineluttabilmente colpiti da un impedimento nella logica o nella capacità di acquisizione di informazioni. Pur non possedendo una laurea in lettere, ciascuno di noi è in grado di distinguere un poema da un romanzo. E non serve una laurea in economia per pagare un bollettino fiscale. Anche se non siete meccanici, saprete che è bene per voi che facciate rifornimento se l’indicatore del livello di carburante della vostra auto si sta minacciosamente avvicinando al fondo scala inferiore.

Normalmente mi impongo di non reagire ai commenti antivaccini presenti sui post altrui. Ma talvolta accade che io mi senta, a torto o a ragione, di intervenire. Se non altro per chiarire alcuni punti e in maniera tale da evitare il più possibile la polemica sterile.

Vi risparmio i contenuti (e anche sulla forma, per essere sinceri, sarebbe stato necessario stendere un velo di pietà) e arrivo dritta dritta alle conclusioni. Una delle signore più agguerrite ha condotto una battaglia sanguinosa (armata della sola tastiera), senza che si riuscisse a capire dove volesse arrivare. Il mistero si è svelato solo sul finale (il mio finale, nel senso che, dopo qualche battuta, ho abbandonato il forum): voleva avere la libertà di eseguire test allergici che la mettessero al riparo da eventuali reazioni in seguito all’inoculazione del vaccino.

Davvero, signora, pensa che qualcuno possa impedirle di sottoporsi a prove allergiche che potrebbero tranquillizzarla a riguardo?

Sono una convinta assertrice del principio secondo cui l’obbligo vaccinale non basta. Credo fermamente nel potere dell’informazione, che deve essere custom-shaped, ritagliata sulle esigenze personali dell’utente, flessibile nelle modalità (anche se estremamente rigorosa nei contenuti), paziente e circostanziata.

Ma non posso credere che una persona di media intelligenza, avendo a disposizione numerose fonti cui attingere per informarsi sull’argomento, sollevi una questione contro i vaccini sulla base del fatto che contengono eccipienti nei confronti dei quali le persone possono manifestare allergia.

C’è qualcosa di più dietro questi comportamenti apparentemente catalogabili come provenienti da persone poco (o niente) informate, che non hanno dimestichezza con la scienza o si tratta, molto più banalmente, di quello che tutti noi possiamo osservare? Offese all’onestà intellettuale ne vedo ogni giorno a bizzeffe, ma questa è grossa.

E’ possibile che l’eccesso di informazione produca disinformazione?

Se così fosse, dovremmo riflettere sulla gestione dell’informazione, sia nel downstream che nell’upstream. Il rischio di sconfinare nell’anarchia è elevatissimo. A volte la sua maschera è quella della perfetta democrazia.