Qualche riflessione sulla qualità dell’informazione online: troppo poca genera ignoranza, ma troppa (senza la garanzia della qualità) rischia di sconfinare nell’anarchia.

La sfida della comunicazione scientifica (anche e soprattutto quella sui vaccini) affronta ogni giorno ulteriori, ardue sfide. Una delle questioni più attuali afferisce a temi dall’aspetto duplice, sorte di lame a doppio taglio che minacciano le iniziative di Salute Pubblica.

La comunicazione scientifica è un ambito particolarmente delicato, perché trasmette la visione della Salute di un’istituzione, di un centro di ricerca, di un organo di informazione, che si ripercuote sull’intera comunità. Una sua gestione avventata può correre il rischio di ingenerare paure immotivate (le psicosi riguardanti i temi medici sono ormai frequentissime, pensate all’olio di palma) o, al contrario, di spingere a sottovalutare rischi importanti.

Può essere di notevole supporto alla diffusione di una corretta mentalità riguardo il mantenimento della Salute e il ricorso ai sistemi di Prevenzione, ma anche di potente ostacolo alla messa in atto di campagne di sensibilizzazione, il cui attecchimento richiede lucidità e serenità in chi ne deve trarre beneficio. I vaccini sono un calzante esempio di come è possibile delegittimare (con un’opera certosina di disinformazione) uno fra i più efficaci e sicuri presidi farmacologici finora messi a punto dall’uomo.

L’origine dell’ondata di sfiducia che sta travolgendo la vaccinazione è in una frode scientifica di cui abbiamo già parlato nel blog. Tuttavia, la diffamazione indotta dalla pubblicazione fraudolenta del medico inglese Wakefield (poi radiato dalla professione) non è stato che l’inizio della sciagura. E’ davvero incomprensibile come si sia arrivati a questo punto, oggi.

La comunicazione scientifica ha avuto, ed ha tuttora, le sue responsabilità nell’avere perso la sua funzione di supporto.

Ma facciamo qualche riflessione sui meccanismi di produzione e approvvigionamento dell’informazione.

Oggi i vaccini sono di moda, rappresentano un trend nella comunicazione, in qualsiasi settore. Perché, allora, non agganciarsi al treno?  Giornali, social media, blog, salotti televisivi…ognuno dice la propria. Tutti ne parlano, spesso incuranti della validazione scientifica dei sistemi di immunizzazione, delle prove di sicurezza ed efficacia superate, dei moniti sul pericolo di certe dichiarazioni allarmanti.

In virtù dello stesso principio grazie al quale ciascuno di noi può accedere all’informazione da utente, ognuno è libero di produrla.

Parlando di vaccini, per esempio, questo principio è vero quando se ne scrive in termini denigratori, ma anche quando si strumentalizzano in senso positivo per ottenere consensi. L’informazione, oggi, sui vaccini è così abbondante, che diventa difficile affrontare l’argomento senza pregiudizi, con la calma e la serenità che un tema così strategico meriterebbe.

Quando leggi molto ed esci dal seminato delle tue letture abituali, ti domandi come sia possibile che mediamente le persone ne sappiano non così poco, ma così “troppo” e così male.  

Un po’ controintuitivamente, il problema oggi non è la poca informazione. Anzi, non si è mai parlato e scritto tanto quanto ora. Ma, piuttosto, la cattiva informazione.

Non è incoerente con il diritto alla libertà di espressione sostenere che l’informazione debba essere normalizzata, altrimenti diventa anarchia. Attribuire lo stesso peso a considerazioni scientifiche provate e ad opinioni personali sorte e sviluppatesi lontane da ambienti di studio, lo abbiamo detto più volte, non è propriamente un’ideona. Così come non risulta essere di grande utilità cavalcare l’opinione pubblica, anche se con le migliori intenzioni. Né agitare numeri, quando non sono più che verificati e adeguatamente accompagnati dalla fonte che li ha originati, che si suppone, vista la delicatezza dell’argomento e delle sue ripercussioni sulla salute pubblica, autorevole.

Tutta l’informazione che circola in rete, sulla carta stampata, in televisione, dove va a finire, se le persone ne sanno così poco e così male?

In questo preciso istante, la popolazione, sulla base della quantità di informazioni circolanti e dell’accessibilità a queste fonti, dovrebbe essere mediamente super-esperta in tema di vaccinazioni. Ma, come purtroppo ben sappiamo, le cose non stanno così.

Ore 6,30 circa. Apro la rassegna stampa. Poi i social. Stamattina si comincia con Facebook. Il primo post su cui mi cade l’occhio riguarda (toh, guarda, che strano…) i vaccini. I commenti si nutrono dei pareri di persone evidentemente al di fuori degli ambienti scientifici professionali. Tuttavia non fare lo scienziato di mestiere non significa essere ineluttabilmente colpiti da un impedimento nella logica o nella capacità di acquisizione di informazioni. Pur non possedendo una laurea in lettere, ciascuno di noi è in grado di distinguere un poema da un romanzo. E non serve una laurea in economia per pagare un bollettino fiscale. Anche se non siete meccanici, saprete che è bene per voi che facciate rifornimento se l’indicatore del livello di carburante della vostra auto si sta minacciosamente avvicinando al fondo scala inferiore.

Normalmente mi impongo di non reagire ai commenti antivaccini presenti sui post altrui. Ma talvolta accade che io mi senta, a torto o a ragione, di intervenire. Se non altro per chiarire alcuni punti e in maniera tale da evitare il più possibile la polemica sterile.

Vi risparmio i contenuti (e anche sulla forma, per essere sinceri, sarebbe stato necessario stendere un velo di pietà) e arrivo dritta dritta alle conclusioni. Una delle signore più agguerrite ha condotto una battaglia sanguinosa (armata della sola tastiera), senza che si riuscisse a capire dove volesse arrivare. Il mistero si è svelato solo sul finale (il mio finale, nel senso che, dopo qualche battuta, ho abbandonato il forum): voleva avere la libertà di eseguire test allergici che la mettessero al riparo da eventuali reazioni in seguito all’inoculazione del vaccino.

Davvero, signora, pensa che qualcuno possa impedirle di sottoporsi a prove allergiche che potrebbero tranquillizzarla a riguardo?

Sono una convinta assertrice del principio secondo cui l’obbligo vaccinale non basta. Credo fermamente nel potere dell’informazione, che deve essere custom-shaped, ritagliata sulle esigenze personali dell’utente, flessibile nelle modalità (anche se estremamente rigorosa nei contenuti), paziente e circostanziata.

Ma non posso credere che una persona di media intelligenza, avendo a disposizione numerose fonti cui attingere per informarsi sull’argomento, sollevi una questione contro i vaccini sulla base del fatto che contengono eccipienti nei confronti dei quali le persone possono manifestare allergia.

C’è qualcosa di più dietro questi comportamenti apparentemente catalogabili come provenienti da persone poco (o niente) informate, che non hanno dimestichezza con la scienza o si tratta, molto più banalmente, di quello che tutti noi possiamo osservare? Offese all’onestà intellettuale ne vedo ogni giorno a bizzeffe, ma questa è grossa.

E’ possibile che l’eccesso di informazione produca disinformazione?

Se così fosse, dovremmo riflettere sulla gestione dell’informazione, sia nel downstream che nell’upstream. Il rischio di sconfinare nell’anarchia è elevatissimo. A volte la sua maschera è quella della perfetta democrazia.