Pembrolizumab, il nuovo farmaco approvato per il tumore al polmone, non è miracoloso: è efficace. E questa è già una notizia.

Settimana scorsa mi sono trovata in una circostanza un po’ spiacevole di fronte ad un articolo pubblicato su una rivista (prodotta anche in versione cartacea e anche molto, molto popolare) che raccontava del nuovo farmaco per il trattamento della Sclerosi Laterale Amiotrofica. Apprezzabile. Peccato per la modalità non proprio impeccabile scelta per il racconto. Anziché approfondire l’aspetto profondamente doloroso e con ampi ripercussioni sociali della malattia (che coinvolge e stravolge la vita di intere famiglie al capezzale del malato) e gli incoraggianti risultati delle sperimentazioni che hanno portato all’introduzione del medicinale, si è scelto di riportare l’intervista ad un paziente che ne ha beneficiato. Nel pezzo si sosteneva che l’introduzione del farmaco in Italia fosse merito suo (che, facendosi portavoce dei malati ne ha ottenuto l’approvazione) e che la prossima battaglia sarebbe stata l’estensione della terapia a tutti i malati di Sla.

In primo luogo, quando si sceglie di riportare casi singoli, sarebbe bello se questo aspetto fosse tenuto in considerazione in sede di formulazione di conclusioni generali.

In secondo luogo, le dichiarazioni del paziente sono state usate per trasmettere messaggi in parte scientificamente scorretti e in parte fuorvianti.

Preciso che il mio disappunto non è nei confronti del paziente (per il quale nutro sincero dispiacere e del quale apprezzo l’impegno sociale e la solidarietà), ma di chi ha usato le sue parole per creare un’atmosfera empatica e attraente per le lettrici.

In Italia l’approvazione di un farmaco non è soggetta al successo di un singolo caso, né (fortunatamente) alla richiesta di un singolo paziente: per essere approvate le terapie devono avere dimostrato efficacia e sicurezza in campioni ben più ampi di popolazione di pazienti e valutate dalle autorità regolatorie. E’ bene che i pazienti (ma io direi, tutti i cittadini) lo sappiano: se così non fosse, tutti noi saremmo autorizzati a non fidarci delle medicine che abitualmente usiamo.

L’approvazione limitata ad una platea ristretta di malati nasce dai riscontri sperimentali, in occasione dei quali il farmaco si è dimostrato efficace solo in malati in fase avanzata. Battersi per contrastare questo provvedimento e alimentare false speranze non ha alcun senso e non fa certo il bene dei malati.

Non sono passati nemmeno sette giorni da allora. Questa mattina con un’amica professionista nel settore pubblicitario, si discuteva su Facebook di un argomento scientifico che ha colpito l’opinione pubblica. L’articolo cui si è fatto riferimento riguarda un farmaco innovativo di recente introduzione per il trattamento del carcinoma polmonare inoperabile. Trattandosi di una malattia diffusa (è il secondo tipo di cancro nelle statistiche di incidenza), difficile da curare e ancora più ardua da guarire, che miete numerose vittime (è fra i big killers della nostra epoca, il tumore che uccide di più in assoluto), è normale che il fatto che si parli di un nuovo farmaco susciti attenzione. Vi indico qui il link a cui potete leggere un po’ di epidemiologia sul tumore al polmone.

Il pezzo (ineccepibile) è stato condiviso nell’account Facebook di una rivista femminile (meno popolare della prima, ma comunque con una sua ampia platea di lettrici), accompagnato da un commento che mi ha lasciata di sasso.

Che un magazine non scientifico riporti o condivida e commenti notizie concernenti tematiche scientifiche, è lodevole. D’altra parte, se salute e benessere sono di interesse del suo pubblico (e non abbiamo ragione di credere che non lo sia dell’audience femminile), è diretta conseguenza che ne parli.

Che lo faccia nei toni e con i termini più consoni ad una rivista di costume, è certamente legittimo. Nessuno pretende (men che meno uomini e donne di scienza) che annoi orde di sfortunate quanto incaute lettrici con interminabili pamphlet zeppi di numeri e grafici che farebbero drizzare i capelli anche ad uno studiosissimo addetto ai lavori.

Che, tuttavia, attraverso i social, decida di strumentalizzare la notizia, piegando la scienza ai propri comodi e utilizzando un lessico acchiappaclick, è tutto un altro ragionamento.

WELLNESS4GOOD è sostenitore della prima ora di pembrolizumab (il farmaco in questione): qui vi indico il link ad un post del blog in cui si racconta dei suoi successi e delle aspettative da essi generate. Ma per scrivere di queste notizie, serve molta cautela. E sensibilità. Occorre mettere da parte le esigenze di clamore mediatico.

Parlando in termini generali, il principale vantaggio offerto da Keytruda (con questo nome pembrolizumab è stato commercializzato) è quello di rappresentare una possibilità di trattamento per i tumori inoperabili, quelli per i quali finora si poteva utilizzare solo la chemioterapia, con non sempre eccellenti risultati. Secondo uno studio pubblicato su Lancet oncology, nel campione di pazienti su cui il farmaco è stato sperimentato, a distanza di oltre un anno il 70% dei malati definiti “incurabili” e trattati con esso, era vivo ed in buone condizioni, rispetto a circa il 40% di quelli trattati con la sola chemioterapia.

Pembrolizumab configura un meccanismo d’azione nuovo: non è diretto contro le cellule del tumore, ma stimola il sistema immunitario a reagire contro le stesse. Potenzia le difese naturalmente presenti nel nostro corpo: attiva i linfociti e li scaglia contro il tumore, le cui cellule vengono convinte ad optare per l’autoeliminazione.

Basterebbero questi dati ad accendere l’interesse dei lettori. E invece no: si sceglie di giocarsi la partita su altri fronti.

Per farvi capire di cosa sto parlando, vi riporto il commento Facebook in questione: “Finalmente anche in Italia un farmaco miracoloso”.

Una frase breve, ma densa di citazioni pseudoscientifiche.

  • Finalmente: fa evidentemente comodo cavalcare la convinzione popolare che l’Italia sia in ritardo rispetto all’introduzione di elementi di innovazione. In particolare per i temi che riguardano la salute, il nostro Paese non è affatto indietro, ma ha attivato procedure veloci che garantiscano l’accesso ampio all’innovazione. L’Agenzia del Farmaco (AIFA) ha una Commissione tecnico-scientifica che stabilisce i criteri con cui vengono classificati i farmaci innovativi (sia quelli antitumorali che quelli destinati al trattamento di altre patologie, ad esempio per epatite C). La lista viene continuamente aggiornata. Per i medicinali che hanno dimostrato efficacia e sicurezza nelle fasi sperimentali, per il trattamento di malattie per le quali non esiste un’alternativa, ma sono in attesa di approvazione, AIFA garantisce comunque la dispensazione. Questo è successo di recente per il nuovo farmaco per la Sclerosi Laterale Amiotrofica (qui l’approfondimento).
  • Anche in Italia: ulteriore rafforzamento del pregiudizio che ci vuole retrogradi e paleolitici. Come dire: “persino in Italia”, cioè, sicuramente dopo che è avvenuto in tutti i Paesi d’Europa, quando ormai i tempi sono passati. Falso.
  • Un farmaco miracoloso: questa è davvero fantastica. Parlare di miracoli quando si citano argomenti scientifici è straordinariamente fuorviante. Non so come farvi capire: è incompatibile con il metodo scientifico, roba da far rivoltare Galileo nella tomba. La scienza si basa su dati e prove, sui grandi numeri, su campioni di popolazione estesi, non su avvenimenti fuori dell’ordinario, esoterici, che rispondono ad altri paradigmi. Utilizzare questa terminologia significa voler dirottare la discussione su questo binario. Vuol dire collocarsi su un piano parallelo rispetto a quello scientifico, che con quest’ultimo non ha alcuna interferenza, né sovrapposizione: scienza ed esoterismo non si incontrano mai. Ma dico io: non bastano le argomentazioni scientifiche, la verità offerta dalla ricerca, i successi reali della terapia, mostrati nelle fasi sperimentali? Possibile che tutto ciò non basti a formulare una frase di commento accettabile? Possibile che, per ampliare la schiera di proseliti, si debba ricorrere alle spiegazioni soprannaturali?

Queste frasi sono dirette a voi, a noi che (grazie al cielo) leggiamo e che vorremmo poter beneficiare (anche nei social, perché no?) di espressioni serie, che non parlino senza cognizione di causa di vicende serie come le malattie, che non screditino gratuitamente le istituzioni.

L’espressione usata dalla pagina Facebook di questa rivista per commentare il pezzo su pembrolizumab è spiacevole anche per la sua apparente innocuità. E’ composta di vocaboli non offensivi, blandi, assemblati in maniera coerente, ma che orientano in maniera scorretta l’opinione, contribuendo a deformare la realtà dei fatti e a demolire il concetto di cultura scientifica.