Le risorse in Sanità, pur non essendo solo economiche, sono limitate: la loro allocazione deve essere pertanto ispirata da principi di uguaglianza. 

Il tema dell’allocazione delle risorse in Sanità ci fa subito pensare agli investimenti economici. E ad aspetti in tal senso provocatori, come quello con cui il professor Andrea Rossetti (docente di Filosofia del Diritto e Informatica Giuridica, Università Milano-Bicocca) ha aperto la tavola rotonda “Salute, Giustizia e Allocazione della Risorse” che si è svolta il 19 Ottobre presso la stessa Università, in occasione del World Bioethics Day. E’ giusto investire principalmente in ricerca di base, come suggerisce la nostra tradizione culturale? O è più opportuno privilegiare quella applicata, più diretta verso il trasferimento tecnologico e quindi più fruibile per il paziente?

E ancora, le risorse investibili in Sanità sono solo di tipo economico?

A questo proposito, conviene partire con in testa ben chiaro il concetto di “risorsa”. Ci dà una mano la professoressa Lorena Forni, docente di Filosofia del Diritto nello stesso ateneo, che la definisce come “tutto ciò che vale la pena, che genera un vantaggio”, non in astratto, ma contestualizzato nella situazione puntuale che ci si trova a vivere.

Osservando la situazione da questa nuova, più ampia prospettiva, scopriamo che anche il tempo può essere una risorsa. Gli extra-mesi (o anni) di vita concessi dalla somministrazione di un farmaco innovativo, non sono forse una risorsa per il paziente oncologico?

E non è questo l’unico strumento intensificatore di empowerment per il malato. L’informazione gioca un ruolo altrettanto fondamentale. Il fatto che il paziente sia sempre più parte attiva nel processo di diagnosi e cura, rende l’informazione un’ulteriore risorsa, che aumenta le sue possibilità di gestione consapevole della malattia.

Oggi, la situazione della Sanità in Italia attraversa un periodo apparentemente non felice. Uso questo avverbio perché, nonostante la situazione di crisi ancora non risolta, continuiamo a disporre di un “servizio sanitario nazionale universalistico, l’unico in Europa, grazie al quale l’accesso alle cure è alla portata di tutti”, come sottolinea la Senatrice Emilia De Biasi, Presidente della Commissione Igiene e Sanità in Senato.

Tuttavia, i fattori che minano l’integrità di questo straordinario esempio di equità esistono e sono principalmente legati alla disuniformità delle prestazioni offerte nelle singole Regioni, che ostacola il principio di uguaglianza dei cittadini di fronte alla Sanità.

E poi, agli sprechi. Per parlarne, per citare i casi più specifici e le circostanze più globali, servirebbero non articoli, ma enciclopedie. Dai macchinari costosissimi e supersofisticati lasciati inutilizzati (fino alla loro obsolescenza) alla corruzione.

Una riflessione particolare è dedicata alla Medicina Difensiva. Essa è definita come quella serie di pratiche diagnostiche e terapeutiche prescritte dal medico non allo scopo di apportare beneficio alle condizioni di salute del paziente, ma per evitare di incorrere in una responsabilità giuridica. Intuitivamente, per il suo conflitto con la medicina basata sulle prove scientifiche (Evidence Based Medicine) e non sull’emotività o sulla paura, sembrerebbe rappresentare uno spreco certo.

Tuttavia la professoressa Francesca Poggi, docente di Filosofia del Diritto all’Università degli Studi di Milano, spiega come, a causa delle difficoltà nella sua effettiva configurazione, sia veramente difficile quantificare i suoi effetti sulla spesa sanitaria.

Lo Stato si oppone alla discriminazione economica in tema di Salute e fa riferimento ai principi di cui è portatore, quelli che hanno ispirato la costituzione del nostro Servizio Sanitario. Uno degli ultimi e più eclatanti esempi è rappresentato dal farmaco per epatite C. Caratterizzata negativamente da costi elevatissimi (siamo partiti da un massimo iniziale di 60-70.000 euro per paziente) e positivamente da una sorprendente efficacia (vicina al 100% dei successi), la dispensazione del sofosbuvir è stata garantita fin da subito ai pazienti più bisognosi, quelli in condizioni più critiche. Successivamente, contestualmente alla riduzione dei prezzi, è stato elaborato da AIFA uno schema di ampliamento dell’offerta gratuita che porterà, progressivamente, alla guarigione di tutti i pazienti ed all’eradicazione completa del virus.

Se ai cittadini deve essere assicurata pari dignità nell’accesso alla salute, questo principio non può che incidere sull’allocazione delle risorse in Sanità. Ma il nostro modello redistributivo è oggi in crisi a causa della sostenibilità economica del Servizio Sanitario, come ben sintetizza Alessandra Pioggia, Ordinaria di Diritto Amministrativo all’Università di Perugia.

Sostenibilità che rappresenta un parametro oggettivo, non solo per i costi astronomici legati all’innovazione, ma anche per le stesse conquiste strutturali della Sanità. Andiamo verso l’obiettivo “cronicizzazione”: questo significa che molti tipi di tumore oggi incurabili diventeranno progressivamente sempre più compatibili con la vita, trasformandosi in malattie croniche. Ma anche questo comporta nuovi, ingenti costi.

Quando scrivo di diseguaglianze dei cittadini di fronte alla legge, molti lettori commentano raccontando le loro disavventure da “pendolari” della Salute. Fra di loro c’è un certo numero di persone costrette a fare la spola, per curarsi, fra la Regione del Sud nella quale vivono e le grandi città del Nord. Questo è un esempio paradigmatico. Ma non l’unico. Al di là delle opinioni personali sulla fecondazione eterologa, di fatto, il divieto vigente in Italia spinge coloro che vorrebbero sottoporvisi al turismo sanitario verso i Paesi che, al contrario, la permettono. Questo, ricordato dalla dottoressa Irene Pellizzone, ricercatrice in gender justice all’Università degli Studi di Milano, è un caso diverso ma pur sempre suggestivo di non equità.

Certamente, sia essa di base o applicata, l’aumento dei fondi destinati alla ricerca potrebbe solo fare bene alla Sanità. Come fa notare Luca Carra, direttore di Scienzainrete, ogni anno vengono investiti in Italia 3 miliardi in ricerca biomedica e sanitaria, che perdono quasi di significato se paragonati ai 125 miliardi allocati nello stesso settore negli USA.