Le amiche creano empatia, ci comprendono e aiutano, danno valore aggiunto al nostro wellness. 

Il benessere non configura una dimensione specifica, isolata, scollegata da tutti gli altri aspetti della nostra vita. Come quest’ultima, è un continuo divenire, un’evoluzione cui prendono parte la nostra vita sentimentale, le attività professionali che svolgiamo e anche le nostre relazioni sociali.

In questo post vorrei focalizzare l’attenzione sull’impatto che l’amicizia ha sul nostro benessere. E mi piacerebbe farlo ricordando due episodi della mia vita, legati fra loro, anche se distanti nel tempo.

Negli anni in cui sono nati i miei figli la mia forma fisica è stata messa a dura prova. Chiunque abbia avuto gravidanze ravvicinate sa che è molto difficile perdere tutti i chili della precedente prima che inizi la successiva, specialmente se l’allattamento è prolungato, e che per l’apparato scheletrico il concetto di anatomia diventa simpaticamente alternativo. In quel periodo non ho lavorato, almeno fuori casa. Mi sono goduta la famiglia, dilettata nella decorazione del nostro appartamento, occupata di gestire il menage che si faceva via via sempre più complicato.

Ho comunque preso seri impegni con me stessa sul fatto di non lasciarmi andare, di prendermi cura di me, del mio abbigliamento, di mantenere in esercizio il mio cervello, nonostante tutte le circostanze si mostrassero piuttosto sfavorevoli. Per citare i due parametri che monitoravo con pazienza e continuità, non sono mai uscita struccata (a parte in qualche rara occasione nel periodo immediatamente successivo alle prime due gravidanze) e ho sempre studiato (spesso di notte).

Ho ingaggiato una sfida attraente in un periodo di enormi soddisfazioni sul piano emotivo e della crescita personale. Ma fisicamente, beh…fisicamente non è stata una passeggiata reggere quattro gravidanze, una dopo l’altra. La preoccupazione di non recuperare la forma fisica di un tempo e di disabituarmi allo studio, di tanto in tanto, faceva capolino. In particolare ero tormentata dai frequenti episodi di mal di schiena (lombalgia da iperlordosi, WELLNESS4GOOD ci tiene che io sia precisa anche quando sono più discorsiva, ahahah) e mi ero suggestionata sul fatto che non avrei più indossato i tacchi alti.

Convinzione che ha raggiunto il suo apice in un pomeriggio di primavera nel quale ho incontrato una cara amica per un caffè a casa mia e lei, che rientrava dallo studio in cui all’epoca esercitava la libera professione, si è presentata con un paio di stupende, eteree decolleté rosa cipria. Tacco sottile e vertiginoso. Camoscio impalpabile la texture. Praticamente un sogno. Non ricordavo più neppure come fossero fatte delle scarpe di quel segmento!

La mia amica, accortasi del mio interesse per le sue calzature, mi ha rivolto una domanda a bruciapelo: “Non è ora di rimetterti sui tacchi?”. I tacchi erano la metafora della mia vita. Indossarli di nuovo, in quel momento, significava uscire dalla protezione del nido in cui ho cresciuto i miei figli nei loro primi anni per accogliere nuove sfide legate al loro diventare grandi, che richiedeva una forma di adattamento anche da parte mia. Significava iniziare a progettare un futuro fatto di componenti diverse, più inclusivo ed aperto alle contaminazioni esterne.

Solo una donna, solo un’amica avrebbe potuto capire il mio stato d’animo in quel frangente. Avevo bisogno di un incoraggiamento e lei non ha esitato a spronarmi. Non solo (ovviamente) ho ripreso ad indossare tacchi vertiginosi, ma non li ho mai più abbandonati. Anzi, per paura di disabituarmi di nuovo, ci ho camminato per anni anche al supermercato. Sorprendentemente e in barba a qualsiasi considerazione scientifica (WELLNESS4GOOD, tappati le orecchie), il mal di schiena è progressivamente scomparso.

Mi sono semplicemente adattata ad una nuova fase della nostra vita, della mia vita. Sempre di corsa, ma sempre 12 centimetri più in alto. Fino a qualche mese fa, quando l’affaticamento anche fisico per la gestione della vita familiare, della nostra casa e del blog (che richiede da parte mia uno studio continuo) ha seriamente attentato alla mia integrità. Di nuovo la schiena, ma il dolore era aggravato da una stanchezza persistente. Di nuovo un’evoluzione in vista, di nuovo la resistenza, ancora la necessità di stressare la flessibilità latente: tre figli adolescenti ti impongono di adattarti ai loro cambiamenti. Non sono più bambini, ma adulti. Cambia anche il rapporto che hai con loro e lo devi accettare. Iniziava una nuova fase della vita, alla quale non ero sicura di essere pronta.

A cena con mio marito ed altre persone (sempre fluttuante sui tacchi nonostante i muscoli vertebrali contratti e dolenti), mi sono lamentata con un’amica del mio malessere. Piacevolmente schiava (anche lei) dello stiletto, poteva capirmi e speravo che mi incoraggiasse a persistere, a non darmi per vinta. Invece mi ha sorpresa confessandomi di avere qualche giorno prima acquistato un paio di eleganti scarpe a mezzo tacco. Comode. Di più, comodissime, le hanno regalato un discreto numero di joule di energia in più per occuparsi di tutte le sue attività senza soccombere. Tanto che mi ha consigliato di fare lo stesso: “Ti cambieranno la vita!”. Proprio ciò nei confronti di cui ero reticente. Ma, sdoganata in maniera così chic, quella soluzione ha fatto inevitabilmente presa su di me. Così, per la prima volta dopo anni, ho ricominciato ad usare tacchi più umani (mica sempre, eh). La schiena va decisamente meglio, la vita procede nel suo divenire e io imparo a resisterle con meno tenacia.

Questi eventi, lontani nel tempo e slegati fra loro, si sono ritrovati nella mia mente, rimandandomi all’importanza che l’amicizia ha per noi donne. Alla nostra capacità di creare reciproca empatia, di comprenderci e aiutarci, migliorarci e farci sentire meglio, al valore aggiunto che un’amica regala al nostro wellness. Alle nostre resistenze in merito, alla competizione che penalizza i nostri rapporti, al margine di miglioramento che abbiamo e che talora siamo reticenti a sfruttare.