Il dolore da parto non è catartico, né necessariamente da sopprimere, ma è la dimostrazione che nel corpo e nell’anima delle donne giacciono risorse straordinarie.

Il dolore appare storicamente essere una componente inevitabile del parto.

Dagli scritti antichi apprendiamo che Dio, in seguito agli eventi connessi con il Peccato Originale,  si scatenò furiosamente:

Alla donna disse: -Moltiplicherò i tuoi dolori e le tue gravidanze, con dolore partorirai figli

(Genesi)

Il proclama fu lanciato come una maledizione all’indirizzo della componente femminile dell’umanità (ma non risparmiò certo l’uomo), che allora era unitaria, ma che, di lì a poco, avrebbe superato in numero le stelle del cielo (tanto per restare nel perimetro delle citazioni sacre).

La reazione violenta di Dio è facilmente (ma erroneamente) interpretabile come la vendetta in seguito alla delusione del peccato originale. Sappiamo dagli studi esegetici che non è esattamente così.

Gli approfondimenti filosofici e teologici non ci aiutano, tuttavia, a scorporare la nascita di un bambino dalla fatica fisica di metterlo al mondo. La questione si presta moltissimo alla polarizzazione. Intervistando campioni sufficientemente ampi di donne sulla loro opinione in merito, scopriamo che si dividono in due gruppi che sembrano separati da uno spartiacque perfetto.

Da un lato, le fautrici del sacrificio, a tutti i costi. Le Jean D’Arc della sala travaglio, che attribuiscono significati mistici e catartici alla sofferenza. Dall’altro, le oppositrici dei dogmi imperscrutabili, quelle che… la Natura l’addomestico io, possibilmente con l’epidurale.

Se resistessimo ai soavi richiami del pregiudizio e riuscissimo a discostarci dalla visione dualistica della realtà, scopriremmo che esistono molte sfumature intermedie, non difficili da immaginare. Per esempio, che il dolore da parto, per quanto lancinante, non lascia traccia nel fisico, in sé. La sua intensità, infatti, non è legata in alcun modo a possibili complicanze dell’evento biologico.

Perché, allora, o Natura matrigna, condannare le donne ad una sofferenza ingiustificata? Normalmente il dolore è un segnale di allarme, una spia che qualcosa nel corpo non funziona a dovere, che dobbiamo fermarci e prenderci la briga di capire cosa non sta andando come dovrebbe.

In questo caso, non c’è niente che non vada. Anzi, è tutto proprio come dovrebbe essere. Quindi?

Naturalmente, gli studi e le riflessioni non sono ancora arrivate ad attribuire una risposta chiara ed univoca all’interrogativo. Ma le spiegazioni ci sono.

Una è che il parto deve (necessariamente) rappresentare, per una donna, un momento di non-ritorno, una frattura con il passato, che, per la portata dell’evento, inevitabilmente, richiede una manifestazione somatica forte.

Un’altra è che il dolore sarebbe utile alla donna per capire da sola la posizione che lo placa (anche solo di poco), che sarebbe poi quella ottimale per la sua conformazione fisica.

Ma quella più convincente (posto che entrambe le prime sono verosimili) è che il dolore, proprio perché intenso e a tratti insopportabile, sarebbe un escamotage della Natura per rendere la donna consapevole della propria forza. Superata quella prova, non può temere nulla.

Questo non significa che chiedere l’analgesia sia sbagliato, né che sia giusto: non stiamo ponendo la questione sulla gestione del dolore, ma sul suo significato.

Chiaro che vedere l’esperienza forte del parto come una sorta di potenziamento della propria personalità, non ha effetto analgesico. Tuttavia, può aiutare le donne ad affrontare il parto in maniera più consapevole, a produrre un ricordo indelebile non tanto del dolore quanto di come si è sopravvissute ad esso, di come esso le abbia temprate.

A chi fosse interessata ad un approfondimento sul tema, consiglio Voglia di Parto. Metodi e tecniche per ridurre le doglie e gestire il dolore, un libro scritto da Verena Schmid, ostetrica di esperienza, che spiega come affrontare il parto mettendo in campo tutte le proprie risorse, evitando di subirlo, ma anzi diventandone protagoniste.

Chiunque abbia già partorito, sa che difficilmente si entra in sala con l’atteggiamento di chi sale sul palcoscenico in attesa dell’esibizione da star. Ma l’aspetto più fruibile del libro è che l’autrice spiega in maniera chiara le tecniche di analgesia, sia naturale che farmacologica: conoscere significa poter scegliere. Oltre a spiegare come utilizzare al meglio le proprie risorse, la Schmid dà una serie di dritte utili: impacchi di sale grosso, massaggi profondi del bacino e molto altro.

Perché mi sento di consigliarvi questo prodotto?

Perché fornisce strumenti pratici e spunti di riflessione e perché offre una prospettiva originale da cui osservare il fenomeno del parto.

(Post aggiornato il 12 febbraio 2018)