La terapia della patologia psichiatrica comprende approcci di diverso genere: farmacologico, analitico, clinico, sociale, umano. Dal punto di vista farmacologico le risorse a disposizione dei medici sono svariate, ma, sfortunatamente, sappiamo che un certo numero di pazienti non beneficiano dei loro effetti.
Accade frequentemente, inoltre, che i pazienti psichiatrici finiscano nel tunnel della dipendenza dai derivati dell’oppio (morfina ed eroina in primis).
Sulla base delle due constatazioni, i ricercatori si sono domandati se esistesse un nesso fra il problema psichiatrico ed il beneficio (almeno estemporaneo) del ricorso agli oppioidi. E’ un dato di fatto che nel nostro organismo vengano sintetizzate sostanze simili, i cosiddetti “oppioidi endogeni”, che producono, in ultima analisi, gli stessi effetti delle sostanze d’abuso. Un esempio è rappresentato dalle endorfine, i composti che il nostro sistema nervoso libera quando pratichiamo attività fisica e che sono responsabili della sensazione di benessere che ne deriva.
Facile e logico il collegamento: perché non pensare di impiegare le sostanze oggi considerate “droghe” in maniera controllata, per trattare i pazienti che non rispondono alle terapie tradizionali?
A questo scopo, una delle molecole più studiate è la buprenorfina, che potrebbe essere utilizzata per trattare la depressione, dal momento che agisce bloccando i recettori implicati nella sua genesi.
Un altro esempio di applicazione della buprenorfina è quello dei disturbi borderline della personalità, che abbracciando sintomi quali la sensazione di solitudine, di rifiuto sociale, rabbia e tristezza profonda, riducono i pazienti in situazioni di estrema prostrazione.
Ricerche più approfondite sono necessarie. Intanto, la complessità etica dell’eventuale sfruttamento farmacologico dei derivati dell’oppio, pone seri interrogativi: la società, che finora ha messo al bando queste sostanze, classificandole come droghe d’abuso e combattendone la diffusione, in che modo, ora, può considerarle “farmaci”?
Nell’ambito delle sostanze farmacologicamente attive, si tratterebbe di rivedere i confini fra “droga” e “medicina”.
Dal punto di vista molecolare, potrebbero non esistere.