Riappropriamoci dell’orgoglio di fare scienza, nel rispetto dei principi della finalizzazione che la scienza stessa ha molto cari, ma opponendoci ai molteplici e subdoli tentativi di subordinazione e asservimento.

Nel corso degli ultimi mesi abbiamo assistito ad un crescendo di battute intorno ai temi caldi della scienza. Giornali e TV, social media e l’internet nella sua possente globalità, hanno ospitato dibattiti, polemiche, esternazioni su questioni strettamente pertinenti il mondo della scienza, argomenti attorno ai quali non si è mai notato un interesse paragonabile a quello manifestatosi di recente.

Vaccini, fine vita, farmaci antitumorali (più o meno) innovativi, epatite C sono sotto i riflettori, vere e proprie star mediatiche. Un test per la diagnosi super precoce dei tumori, pur essendo ancora estremamente lontano dalla pratica clinica, è balzato agli onori della cronaca, assurgendo a ruolo di protagonista di un patinato salotto televisivo, che ne ha di fatto distorto le evidenze scientifiche. A chi giova tutto ciò non è dato saperlo. Sappiamo per certo a chi non giova: ai cittadini, i contribuenti del servizio pubblico che finanzia la ben nota trasmissione, irresponsabilmente autorizzati ad innalzare l’asticella delle loro aspettative nei miracoli dell’innovazione in Sanità.

Tutto ciò a pochi giorni di distanza dalla ormai popolare inchiesta sul vaccino anti Papilloma virus, anch’essa finanziata dal pubblico, anch’essa basata su prove che di scientifico vantavano ben poco.

Chiunque parla di scienza, non importa a quale titolo. Chiunque si sente (ed effettivamente lo è) libero di esprimere un’opinione in merito, di tessere le lodi di questa o quella terapia, di raccontare episodi più o meno attinenti, aneddoti, esperienze personali a riguardo. Il tutto si mescola alla letteratura scientifica, alla divulgazione (attività esercitata dai pochi sciagurati che ancora si illudono di poter trasmettere messaggi di valore riconoscibile), alle campagne promosse dalle istituzioni. In un cocktail di pareri, evidenze, fake news e mezze verità.

Dove? La risposta è ovvia: nel mare magnum della comunicazione, nel grande calderone collettivo della trasmissione globale delle informazioni, nel crogiuolo di dati sempre più simile ad un vaso di Pandora pronto a scoperchiarsi, minaccioso di rivelare flussi informativi di origine che viaggia fra il dubbio e l’ambiguità. Nel polverone sollevato da coloro che agitano le acque allo scopo di sollecitarne i depositi per intorbidirle, per creare il marasma indispensabile a confondere le idee già fragili delle persone.

Se è vero che la rete ci ha regalato la preziosa opportunità di accedere ad informazioni un tempo precluse ai più in maniera gratuita ed efficiente, è altresì verificabile che ci ha negato la possibilità di riconoscere in maniera inequivocabile il valore dei dati. Proprio per la cultura generalista che è il suo riconoscibile vessillo, nell’accesso democratico alla comunicazione che tanto accoratamente (e, per molti versi comprensibilmente) decantiamo, e quindi per definizione, essa preclude la selezione, impedisce la gerarchia, disattiva i tentativi di classificazione, annulla ogni possibile distinguo.

E così possiamo leggere la dichiarazione di un plurititolato scienziato di preparazione universalmente riconosciuta riportata accanto a quella di un incompetente dichiarato che ne contesta la validità. Democratico, direte voi. Ed è oggettivamente impossibile darvi torto.

Tuttavia, pensate che tutto questo sia frutto di pura casualità? Che si svolga nell’ambito degli eventi soggetti a caos attraverso la caratteristica mancanza di linearità tipica del caos? Chi di voi sarebbe davvero disposto a giurarci?

La triste verità è che i polveroni sono, come minimo, utilizzati per gettare fumo negli occhi delle persone, obnubilarle e confonderle, per reindirizzare la loro opinione ed orientare il loro pensiero. In un’epoca come quella odierna, che ha raggiunto un tale grado di opportunismo e capacità di sfruttamento di qualsiasi tipologia di evento, possiamo ritenere verosimile che tali dinamiche sociali e culturali non vengano usate per tutelare ed avvantaggiare interessi personali?

Ecco tutto un fiorire di articoli dedicati all’immunizzazione, in un mondo mai più di ora distante dalla cultura scientifica pura e quindi anche in aperto contrasto con i paradigmi della tecnologia, trainata dall’ideologia imperante dell’innovazione. Uno stillicidio di editoriali sulle modalità attraverso le quali i medici dovrebbero influenzare il comportamento dei pazienti, sull’opportunità di insistere sullo stile di vita come parametro di peso nel mantenimento della salute, sui trend in Sanità.

Per non parlare dell’ambiguità nello storytelling delle medicine alternative. Non mi riferisco solo all’articolo pubblicato e a breve distanza di tempo cancellato da un famoso quotidiano italiano in occasione della Giornata Mondiale dell’Omeopatia. In generale, molte delle maggiori testate stanno strumentalizzando la nebbia addensatasi attorno alle materie scientifiche, in particolar modo quelle più vicine alla salute, portatrice di interessi miliardari e relazioni pesanti.

Si parla sempre più di scienza e sempre meno in maniera scientifica. Se l’adesione ai principi cardine della cultura scientifica cede sotto i colpi dei richiami sensazionalistici, a quale credo possiamo appellarci? Se anche i Big Data, un tempo garanti della possibilità di legittimazione di una teoria, oggi sono così “big” da rappresentare una ghiotta occasione per i manipolatori dell’informazione, per i trasformisti della politica, anche chiedere le prove diventa una corsa a ostacoli, un percorso che cela insidie e falsità, mascherate da verità inoppugnabili.

Possiamo legittimamente pretendere che tutti i cittadini si dotino di un diploma in grado di proteggerli dalle fake news? In particolare quando ne esistono di altamente sofisticate, elaborate appositamente per arrivare dritte dritte al cuore delle persone, già messe alla prova da preoccupazioni di salute che il clamore dei media presenta come neutralizzabili dalla taumaturgica innovazione ma che la realtà dei fatti condanna all’ineluttabile sopravvivenza.

Il percorso di impoverimento dei serbatoi di cultura scientifica perpetrato per anni, in barba alle esigenze di un mondo che ne aveva più che mai necessità per supportare il dilagante processo di ampliamento delle risorse messe a disposizione dal progresso, ci ha condotti dove siamo ora. In un oceano di transizione, in balia di flutti e flussi anomali di informazione che non sappiamo governare e che rischiano di travolgerci. Sommersi da cavalloni schiumanti di big data selvaggi, impossibili da domare.

La scienza è ormai ridotta ad un cagnolino da passeggio, sfoggiato da questo o dal quel colore politico nel parco della popolarità e del populismo, presa a prestito e sfruttata da incompetenti dichiarati, svuotata di significato da una stampa caratterizzata da un senso di responsabilità sempre più esiguo, privata della sua anima più nobile. Quella che la vorrebbe al servizio del benessere dell’uomo, destinata alla soluzione dei suoi problemi, al miglioramento dei suoi standard di vita, orientata al riequilibrio delle disuguaglianze sociali.

Ma è in momenti come questi che uomini e donne di scienza devono far sentire ancora più forte la loro voce, tuonante di seria e rigorosa professionalità, e ribellarsi alla strumentalizzazione. Quella negativa come quella positiva, dacché le due si somigliano molto e condividono il medesimo substrato di ambiguità. Invito tutti loro, noi, ad alzare la testa, a sottrarci alle lusinghe ammalianti che mirano ad ammansire e a replicare a tono alle critiche tendenziose. A riappropriarci dell’orgoglio di fare scienza, in forma di ricerca, insegnamento, comunicazione, attività istituzionale in maniera socialmente integrata, nel rispetto dei principi della finalizzazione che la scienza stessa ha molto cari, ma opponendoci ai molteplici e subdoli tentativi di subordinazione e asservimento.