Come sarà capitato a molti di voi, ho letto di recente che il valore del mercato dell’omeopatia in Italia è pari circa a 300 milioni di euro e ben 5 milioni di nostri conterranei ne fanno uso.

Dopo avere letto queste cifre mi sono detta: “C’è qualcosa che non va…” e ho iniziato a domandarmi come fosse possibile. Voglio dire: 5 milioni di italiani non possono essere considerati semplicemente singoli, sporadici casi di patetici creduloni disposti a dare credito a ciarlatanerie non proprio cheap.

Ci deve essere qualcosa di più, un aspetto che mi è sfuggito, nel corso delle rapide osservazioni che mi è capitato di elaborare sul tema.

Quel qualcosa di più si chiama “conoscenza”: che ci crediate o no, fa la differenza. Posso scegliere di alimentarmi in maniera squilibrata, ingerendo calorie vuote: la scelta autolesionistica è legittima, ma devo sapere che quello che sto facendo è dannoso per il mio benessere. Devo conoscere gli effetti negativi delle mie abitudini e sapere che, se i miei comportamenti vengono reiterati, andrò incontro a conseguenze molto spiacevoli per la mia salute.

Se conosco, posso scegliere. Libertà significa anche questo: sono libera di decidere quando so come stanno le cose.

Per tornare all’omeopatia, io credo che le persone semplicemente non sappiano come stanno le cose. Ed evitino accuratamente di informarsi. Vogliono credere, perché di fede si tratta.

L’omeopatia si basa sulle teorie di un medico (con una decisa passione per l’alchimia, e già questo fa tornare molti conti) tedesco che ha riconosciuto, su basi non certo scientifiche, una particolare proprietà all’acqua, la cosiddetta “memoria”. Secondo i sostenitori dell’omeopatia l’acqua, venuta a contatto con una determinata sostanza, anche dopo il suo allontanamento, ne conserverebbe le caratteristiche.

PRIMO PUNTO DI ATTENZIONE:

Le dottrine omeopatiche non spiegano nulla della teoria della memoria dell’acqua, né descrivono ciò che si verifica in questo solvente in fase di acquisizione delle nuove informazioni ricevute dal soluto, nemmeno attraverso concetti generici. Si tratta di principi esoterici, ai quali non si può pretendere che noi assumiamo come reali. Se fede deve essere, fede sia: ma esercitata in altri ambiti, al di fuori delle istituzioni cui compete la tutela della salute pubblica.

Hahnemann, questo il nome del medico, aveva fatto suo il motto latino similia similibus curantur, principio di similitudine che aveva interpretato sostenendo che le malattie non devono essere guarite ma trattate attraverso l’utilizzo di sostanze che generano gli stessi sintomi. Sempre secondo Hahnemann, non è la malattia a dover essere curata, ma l’individuo che ne è affetto.

SECONDO PUNTO DI ATTENZIONE:

Le teorie della disciplina omeopatica non hanno nulla in comune con i concetti su cui si basa la medicina di precisione, la quale, evidentemente, poggia sulle tradizionali teorie scientifiche aggiornate all’acquisizione del know-how sulla gestione dei dati genetici di ogni individuo. In pratica, conoscendo tutte le caratteristiche genetiche del paziente, posso sapere se una terapia funzionerà su di lui e sulla sua patologia prima di procedere a tentativi. La medicina personalizzata è un approccio di opportunità, quella offerta dai recenti progressi nella genetica e nel Big Data management. Curare il paziente significa concentrarsi sulle sue caratteristiche genotipiche per capire quale cura avrà su di lui maggiore successo.

Nel caso dell’omeopatia, invece, si parla di malattia come perdita dell’equilibrio da parte del malato e di terapia come di prescrizione di composti che abbiano attinenza con la patologia e con le caratteristiche fenotipiche dell’individuo.

Guardate che, seguendo questo principio, finiremmo dritti dritti alla conclusione che i pazienti affetti da tumore dovrebbero essere esposti a sostanze cancerogene(!!!) per potersi liberare dal pesante fardello della malattia.

Ma vediamo come i composti omeopatici vengono formulati. La sostanza ritenuta avente valore curativo viene disciolta in acqua a diluizioni successive, indicate da una nomenclatura tipica. Per esempio, 1CH significa che una goccia di rimedio viene diluita in 99 gocce di acqua: si tratta della prima diluizione (centesimale). Procedendo con le diluizioni successive, otteniamo…acqua.

Flaconi e flaconi di acqua. Le molecole di soluto sono, per così dire, lost in dilution. Non ne è rimasto nulla. Tranne la memoria, mi direte voi. Eh sì, la memoria.

Ma dove sono finiti i concetti elementari della Evidence Based Medicine? La medicina che ha bisogno di prove scientifiche, di evidenze emerse da laboratori certificati, che esprimono risultati confrontabili proprio perché ottenuti con procedure normalizzate e quindi riproducibili?

Va bene: non mi arrenderò certo di fronte allo sconfessamento della chimica analitica… Accetto che il numero di Avogadro sia ormai solo un inutile orpello da frustrati della buretta. Crederò che l’omeopatia funzioni sulla base di un non ben specificato né specificabile effetto placebo.

TERZO PUNTO DI ATTENZIONE:

Nel 2005 uno studio paradigmatico riportato da Lancet ha dimostrato che l’omeopatia non funziona neppure come effetto placebo.

Lo sapevate che i rimedi omeopatici possono essere venduti solo se in confezione riportano la seguente dicitura: “senza indicazioni terapeutiche approvate”?

Comprereste un antibiotico sulla cui scatola trovate scritto che nessun ricercatore, presso alcun laboratorio ne ha certificato l’efficacia su alcuna malattia?

Non è finita qui: i “medicinali” omeopatici non hanno neppure effetti collaterali. Non producono nemmeno danni alla salute se ingeriti in quantità eccessiva, o se assunti per indicazioni diverse rispetto a quelle previste. Anche perché, lo abbiamo appena visto: non hanno indicazioni approvate: quindi, non è possibile commettere errori.

Ma allora, se non hanno effetti (né desiderati, né avversi) dimostrabili scientificamente e non sono neppure efficaci come placebo, non sarebbe lecito domandarsi perché assumerli?

Sempre più rassegnata, ma non doma, proseguo imperterrita nella ricerca delle ragioni che spingono le persone ad affidarsi all’omeopatia. Può essere il prezzo di vendita? In tempi di ristrettezze finanziarie, esattamente come avviene per i discount alimentari e per i fashion outlet, anche con i farmaci è legittima la ricerca di alternative più economiche.

A parte il fatto che sono più che mai attive e diffuse fra noi (i generici rappresentano una realtà strategica per il nostro sistema sanitario). Ma superiamo le considerazioni fuorvianti: siamo su un livello diverso.

QUARTO PUNTO DI ATTENZIONE:

Una delle formulazioni di maggiore successo dell’omeopatia è costituita dai granuli, piccole sfere di saccarosio, che vengono inumidite con acqua nella quale è stato disciolto (e poi disciolto, e poi ancora disciolto) il principio curativo. La successiva evaporazione della componente acquosa consente di ottenere il prodotto finito: una pallina di zucchero. Nemmeno più acqua.

Uno dei cavalli di battaglia della medicina omeopatica, viene venduto in confezioni da 30 dosi al prezzo di 25 euro.

Paghereste 25 euro per 30 dosi di zucchero?

Sto per ritornare in me. Per parlare, finalmente, di farmacologia. Questa nobile scienza si basa su un principio preciso (nulla di nebuloso, stavolta): l’azione farmacologica di una sostanza si esercita attraverso l’interazione con una proteina (il “sito attivo” di quel farmaco), che può essere un recettore, un sistema per trasportare all’interno e all’esterno della cellula determinati composti o un enzima.

QUINTO PUNTO DI ATTENZIONE:

Tutto ciò che non si lega ad un sito attivo non produce azione farmacologica e non può essere definito “farmaco”.

Ma voglio dare un’ulteriore chanche all’omeopatia. La libertà di cura è sacrosanta e nessuna teoria scientifica la può mettere in discussione, direte voi. Ma la scienza non ha interesse alcuno a ridurre gli ambiti della libertà di cura. E le istituzioni devono andare oltre le credenze e le tendenze del momento e applicare i sacrosanti paradigmi della tutela della salute pubblica (come bene stanno mostrando di saper fare).

Tuttavia una serie di comportamenti legati alla comunicazione, alla legislazione ed ai regimi di vendita dei prodotti omeopatici è fuorviante.

Vendere i prodotti omeopatici in farmacia è fuorviante, perché cristallizza nella mente delle persone il concetto che si tratti di farmaci, mentre abbiamo visto perché non lo sono e non potranno mai esserlo.

Presentare l’omeopatia come medicina alternativa è fuorviante, perché legittima il pensiero che si tratti di una scelta fra soggetti di pari livello, mentre è chiaro che stiamo parlando di due stati incompatibili: quello scientifico e quello esoterico.

Non comunicare adeguatamente su cosa è l’omeopatia è fuorviante, perché senza informazioni le persone non possono decidere e ogni libertà di scelta passa necessariamente ed imprescindibilmente attraverso la conoscenza.

Parlare di prodotti innocui è fuorviante, perché dirotta l’attenzione del consumatore sull’assenza di effetti collaterali anziché su quella di effetti farmacologici e induce a credere che possano esistere medicine prive di potenzialità di danno.

Dopo tutti questi ragionamenti spero siate d’accordo con me, almeno sul fatto che la farmacologia è più fascinosa di qualsiasi esoterismo.