La pericolosità occulta dell’omeopatia è inquietante. In equilibrio intorno all’ambiguità, garantisce al paziente le certezze estranee alla scienza privandolo delle cure efficaci. 

Non si dovrebbero aspettare le tragedie, per chiarire concetti elementari già comunque noti a tutti. Anche prima della morte di Francesco attendevamo un chiarimento sulla posizione delle istituzioni in merito all’omeopatia. Se non altro, lo chiedevamo da tempo.

E per ragioni che hanno tutte a che vedere con la professione di coloro che lavorano nel campo della salute, con l’incompatibilità totale fra farmacologia e omeopatia.

Come abbiamo più volte ribadito, l’omeopatia non è scienza, né ha alcun legame con essa. I prodotti cui fa riferimento contengono principi talmente diluiti da non essere rintracciabili neppure con i sofisticati strumenti che oggi abbiamo a disposizione. Quelli liquidi contengono solo acqua, mentre quelli solidi (conosciuti come “granuli”) solo zucchero. E, attenzione, le industrie che li producono non hanno difficoltà ad ammetterlo, anche perché sarebbe davvero troppo il contrario. Si tratta, molto banalmente e in evidente distanza da qualunque genere di illazione complottara, di acqua e zucchero venduti a prezzi esorbitanti. Per questa (e non solo) ragione, i professionisti che si occupano di salute e lo fanno in scienza e coscienza, chiedono alle istituzioni di prendere una posizione in merito.

Se l’omeopatia non afferisce alla sfera oggettiva e verificabile della scienza il misunderstanding deve essere chiarito. I prodotti omeopatici, per esempio, devono essere venduti in confezioni e secondo modalità che non creino associazione mentale con i farmaci agli occhi dei pazienti. I medici devono spiegare chiaramente ai pazienti che la loro efficacia non è provata e che non contengono principi attivi. Che, in sostanza, non sono farmaci. Occorre specificare che l’omeopatia non è un’alternativa alle cure che la medicina cosiddetta “ufficiale” propone, perché non ha vantaggi e svantaggi rispetto ad essa, ma afferisce ad altri paradigmi, segue quanto di più controindicato per il benessere del pensiero scientifico, l’irrazionalità.

Chi acquista omeopatia deve sapere che lo fa a proprio rischio e pericolo e che sta spendendo il proprio danaro per comprare un bene che non ha alcuna dimostrazione scientifica di efficacia.

In molti pensano che si tratti di rimedi officinali, che siano prodotti a base di erbe, naturali e quindi, per definizione (ma una definizione, vorrei precisare, lontana dagli scritti accademici) innocui. E qui mi pare doveroso precisare alcuni punti. Prima di tutto, non sono preparati officinali e non contengono erbe.

In secondo luogo, che siano innocui è vero solo in parte. E’ vero che non scatenano reazioni avverse: d’altra parte mi stupirebbe il contrario, sapendo che (l’abbiamo visto) contengono solo acqua o zucchero. Tuttavia, sono potenzialmente molto, ma molto nocivi. Abbiamo tristemente avuto modo di verificare la loro pericolosità venendo a conoscenza dei fatti di cronaca che hanno coinvolto, suo malgrado, il piccolo Francesco.

L’omeopatia non comporta solo la somministrazione di sostanze prive di efficacia, ma anche la non somministrazione di sostanze di efficacia dimostrata. In pratica, se pretendo di curare con l’omeopatia, non solo dò qualcosa che non funziona, ma non dò qualcos’altro che invece funziona.

La pericolosità occulta dell’omeopatia è uno dei suoi aspetti più inquietanti. Il gioco, in perenne equilibrismo, sul filo dell’ambiguità, sulla sua presunta assenza di rischi, rappresenta lo strumento per ridurre le difese del paziente, già spaventato dalla malattia e terrorizzato all’idea che le terapie necessarie possano addirittura peggiorare la sua situazione. Amplificando la questione delle reazioni avverse e destituendo di credibilità l’industria farmaceutica, il business dei seguaci di Hahnemann gioca sulle paure dei malati, proponendosi come sostegno affidabile, in contrapposizione alla scienza, aggressiva e fredda, incapace di comprendere le loro paure e di fornire risposte certe ai loro dubbi.

Finora abbiamo parlato della paura. Argomento sufficiente ad influenzare il processo decisionale di chi deve curarsi.

Tuttavia, in caso non bastasse, il business dell’iperdiluizione può contare su un altro potente alleato: la libertà. Anch’essa un concetto forte. Guai a toccare la libertà. Quella di cura, poi…

Vi dirò che, a essere corretti e precisi, scegliere liberamente significa, in situazioni di maggiore fisiologia, trovarsi di fronte due alternative di pari dignità (in questo caso scientifica). Il fatto che si voglia far passare come libertà di cura la possibilità di scegliere fra un farmaco di approvate efficacia e sicurezza ed un prodotto che dichiara esso stesso di contenere acqua o zucchero (e nulla più) ma di funzionare in base a non meglio precisate teorie sulla memoria che i principi un tempo ivi presenti vi avrebbero impresso, è un maldestro (anche se furbo) tentativo di attribuire ad entrambi la medesima rispettabilità.

Non possiamo fare finta che vada tutto bene, che le persone siano libere di decidere ciò che è bene e ciò che è male per la loro salute, in totale e perfetta indipendenza. Non è così. Servono anni di studio per arrivare a comprendere i fenomeni attraverso i quali la farmacologia molecolare si esprime e descrive i propri meccanismi d’azione. Per acquisire consapevolezza di ciò che succede all’interno dell’organismo a seguito dell’assunzione di un farmaco, prima di percepire che questi concetti ti sono entrati dentro, che fanno parte di te, del tuo modo di ragionare, di pensare, di agire.

E’ questa consapevolezza a costituire l’essenza del professionista. E non la si può improvvisare sulla base di letture nozionistiche, peraltro di fonti che di veritiero hanno ben poco. Né la si può delegittimare pretendendo che egli mescoli i principi della sua preparazione accademica con elucubrazioni con essi incompatibili ed incommensurabili.

Libertà è scegliere fra due terapie entrambe dimostrate come sicure ed efficaci, laddove sia possibile farlo.

Per ultimo, vorrei evidenziare ciò di cui questo post ha parlato finora in maniera più sommessa: quello dell’omeopatia è un business, niente di più e niente di meno.

Qualsiasi azienda che lavori ha come scopo principale i ricavi: spero che nessun benpensante abbia intenzione di smentire questo assunto. E, per diverse ragioni, la farmaceutica non si presta a costituire l’eccezione. Nel caso di Big Pharma si parla di cifre astronomiche, che, mi rendo perfettamente conto, possono scatenare le fantasie peggiori. C’è da precisare che anche gli investimenti in ricerca e sviluppo contengono parecchi zeri. In tutti i casi, le frodi devono essere enucleate e punite.

Se non incontriamo nessun problema nel definire quello del farmaceutico un business, perché la stessa cosa non si può dire dell’omeopatia?

Pensate forse che i magici diluitori non ci guadagnino? Che siano associazioni no-profit devote al bene pubblico? Tanto per cominciare, se così fosse, non commercializzerebbero prodotti inefficaci spacciandoli per farmaci.

La realtà è che gestiscono un mercato, del quale sono anche parecchio gelosi. Un mercato che, seppure in sordina e in parziale assottigliamento, ci tengono a non perdere.

Noi abbiamo molto da perdere. La nostra salute. Non è sufficiente?