Quando l’innovazione permette terapie aggressive e rispetto della persona.

Qualche giorno fa ho letto delle nuove conferme sull’efficacia del cosiddetto casco salva capelli, una delle recenti creature dell’innovazione applicata alla salute per una chemioterapia che ha rispetto della persona. A fine febbraio sono stati pubblicati su Jama i risultati di due studi americani (qui vi riporto il primo link e qui il secondo) che hanno provato e ribadito gli esiti incoraggianti sull’ampio numero di pazienti su cui il dispositivo è stato testato.

Negli ultimi anni, anche grazie alla lucida e ambiziosa vision del professor Umberto Veronesi espressa in tempi in cui la chirurgia demolitiva era il vessillo del pensiero scientifico più condiviso, la terapia del tumore ha sviluppato una tendenza sempre più conservativa. Anche in virtù dell’aumento dei tassi di sopravvivenza , gli studiosi hanno potuto estendere i loro sforzi nella direzione del miglioramento della qualità della vita dei pazienti. La scienza lo sa che non conta solo sopravvivere, ma anche come la vita continua. E che questo è funzionale alla sopravvivenza stessa: per il paziente più motivato da una speranza per il futuro il processo di guarigione è più favorevole. Se il malato si sottopone in maniera più partecipativa alle cure, si sente più responsabilizzato nel suo processo di guarigione, più attivo nella gestione della patologia.

Anche l’innovazione tecnologica, quindi, è stata messa all’opera nel tentativo di supportare le terapie, spesso pesanti anche per le ripercussioni nel fisico e sull’aspetto esteriore. E, di recente, se ne è uscita con questo prodotto, ormai possiamo dirlo, efficace nel preservare le chiome delle molte donne che sono costrette dal tumore (per ora solo al seno) a sottoporsi alla chemioterapia.

Pensate a cosa sono i capelli per noi donne… Una componente molto significativa del fascino femminile, un aspetto del nostro corpo che amiamo curare, mantenere in ordine, decorare in acconciature, schiarire per illuminare il viso, scurire per acquisire incisività, tagliare per dare a noi stesse un segnale di cambiamento. Rinunciare ai capelli, per una donna, significa sospendere la propria femminilità. Indubbiamente le modalità con cui ognuna di noi vive la propria fisicità sono personali e diverse fra loro ed è vero che curare il tumore ha una valenza superiore rispetto ad una folta capigliatura, ed è la volontà di vivere a convincere al trattamento farmacologico, ma è comunque una rinuncia, un’ulteriore ragione di sofferenza, che si aggiunge al dolore della malattia, alla paura della morte.

Quindi, quella del successo del casco salva capelli è davvero un’ottima notizia.

Sperimentato, per la prima volta in Italia, all’Istituto Europeo di Oncologia (IEO) di Milano su 30 pazienti, è ora diffuso in nove ospedali italiani. Negli USA il macchinario è stato approvato da parte di FDA. Nel Regno Unito ed in Francia viene usato di routine, con ottimi risultati.

Si indossa 30 minuti prima della chemioterapia, lo si tiene durante e per almeno un’ora e mezza dopo che è terminata la somministrazione dei farmaci. Si tratta di un macchinario collegato ad un caschetto refrigerante i cui sensori regolano la temperatura fra 3 e 5 gradi. Il raffreddamento riduce la circolazione del sangue a livello dei bulbi piliferi, diminuendo l’assorbimento dei farmaci e, di conseguenza, limitandone gli effetti collaterali. In molti casi il casco è tanto efficace da non lasciare intravedere differenze fra il prima e il dopo.

L’obiettivo che dovremmo raggiungere non è quello di fare finta di niente, di nascondere la malattia occultando i segni che le cure producono sul corpo, ma quello di supportare le donne nella cura del proprio corpo al fine di migliorarne lo stato d’animo, la fiducia nel futuro. Essere consapevole del rischio che incombe su di sé è importante per il paziente al fine di innalzare il proprio livello di attenzione e far scattare tutti i meccanismi che contribuiscono a concentrare gli sforzi nella direzione della guarigione. Ma non possiamo negare l’evidenza: l’aspetto fisico influenza la percezione di sé. La perdita dei capelli, lo testimoniano le donne che l’hanno sperimentata, fa sentire malate. Esteriorità, spirito, mente, corpo (inteso come organi e tessuti) sono tutti aspetti della persona: per guarire (così come anche per mantenersi in salute) occorre prendersi cura di ciascuno di essi, in maniera che ne beneficino anche gli altri, in un circolo virtuoso che ormai sappiamo agire sul decorso della malattia in maniera favorevole.