Quando i farmaci innovativi funzionano, non si dovrebbe parlare di “miracolo”, ma di efficacia. E questa è già una notizia.

Qualche tempo fa mi sono trovata di fronte ad un articolo pubblicato su una rivista molto popolare che raccontava del nuovo farmaco per il trattamento della Sclerosi Laterale Amiotrofica. Apprezzabile, non c’è dubbio. Non è frequente che la stampa non strettamente scientifica si occupi di innovazione farmacologica.

Peccato per la modalità non proprio impeccabile scelta per il racconto. Anziché approfondire l’aspetto profondamente doloroso e con ampi ripercussioni sociali della malattia (che travolge e stravolge la vita di intere famiglie al capezzale del malato) e gli incoraggianti risultati delle sperimentazioni che hanno portato all’introduzione del medicinale, si è scelto di riportare l’intervista ad un paziente che ne ha beneficiato e che ne ha riportato le considerazioni personali, cui il magazine ha conferito aspetti validi in senso generale.

Nel pezzo si sosteneva che l’introduzione del farmaco in Italia fosse merito suo (che, facendosi portavoce dei malati ne ha ottenuto l’approvazione) e che la sua prossima battaglia sarebbe stata l’estensione della terapia a tutti i malati di Sla.

 

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In primo luogo, arricchire gli articoli dell’esperienza legata a singoli casi è un valore aggiunto quando si parla di malattie, perché ne può scaturire una forma di narrazione che può aiutare altri pazienti. Tuttavia, l’aspetto di singolarità di un caso specifico deve essere segnalato ed evidenziato. Altrimenti i lettori sono indotti a conferire a quanto scritto connotazioni di generalità.

In secondo luogo, può accadere che, a causa dell’incompetenza scientifica del giornalista che scrive l’articolo o della linea editoriale che impone di evidenziare aspetti particolari ai danni di altri (più tecnicamente significativi), il pezzo trasmetta messaggi in parte scientificamente scorretti e in parte fuorvianti.

Il disappunto non è nei confronti del paziente (per il quale non possiamo che nutrire sincero dispiacere e apprezzare l’impegno sociale e l’approccio condivisivo), ma verso l’abitudine di usare i virgolettati per creare atmosfere empatiche ed attraenti, a scapito della correttezza.

In Italia l’approvazione di un farmaco non è soggetta al successo di un singolo caso, né (fortunatamente) alla richiesta di un singolo paziente: per essere approvate le terapie devono avere dimostrato efficacia e sicurezza in campioni ben più ampi di popolazione di pazienti e valutate dalle autorità regolatorie.

E’ bene che i pazienti, e tutti i cittadini, in generale, lo sappiano: se così non fosse, tutti noi saremmo autorizzati a non fidarci delle medicine che abitualmente usiamo.

L’approvazione limitata ad una platea ristretta di malati (ciò che è avvenuto per questo particolare medicinale) nasce dai riscontri sperimentali, in occasione dei quali il farmaco si è dimostrato efficace solo in malati in fase avanzata. Battersi per contrastare questo provvedimento e alimentare false speranze non ha alcun senso e non fa certo il bene dei malati.

A distanza di poco tempo da questa lettura, che mi ha lasciato un po’ di amaro in bocca, ecco un altra perla su cui riflettere.

Stavolta su un farmaco innovativo per il trattamento, fra le altre cose, del carcinoma polmonare inoperabile. Trattandosi di una malattia diffusa (è il secondo tipo di cancro nelle statistiche di incidenza), difficile da curare e ancora più ardua da guarire, che miete numerose vittime (è fra i big killers della nostra epoca, il tumore che uccide di più in assoluto), è normale che il fatto che si parli di un nuovo farmaco susciti attenzione.

Il pezzo (ineccepibile) è stato condiviso nell’account facebook di una rivista femminile (meno popolare della prima, ma comunque con una sua ampia platea di lettrici), accompagnato da un commento che parlava di inspiegabile miracolo, di magia. Come se il fatto che un farmaco funzioni non sia legato a solide conoscenze scientifiche sviluppate da molti nel settore e ad ingenti investimenti di denaro ed energia in Ricerca e Sviluppo, ma ad una sorta di intervento esterno, alieno, che gli ha conferito caratteristiche ultraterrene.

Che un magazine non scientifico riporti o condivida e commenti notizie concernenti tematiche scientifiche, lo ripeto, è lodevole. D’altra parte, se salute e benessere sono di interesse del suo pubblico (e non abbiamo ragione di credere che non lo sia dell’audience femminile), è diretta conseguenza che ne parli.

Che lo faccia nei toni e con i termini più consoni ad una rivista di costume, è certamente legittimo. Nessuno pretende (men che meno uomini e donne di scienza) che annoi orde di sfortunate quanto incaute lettrici con interminabili pamphlet zeppi di numeri e grafici che farebbero drizzare i capelli anche ad uno studiosissimo addetto ai lavori.

Che, tuttavia, attraverso i social, decida di strumentalizzare la notizia, piegando la scienza ai propri comodi e utilizzando un lessico acchiappaclick, è tutto un altro ragionamento.

WELLNESS4GOOD ha raccontato di pembrolizumab (il farmaco in questione) fin dalla prima ora: qui vi indico il link ad un post del blog in cui si racconta dei suoi successi e delle aspettative da essi generate. Non è certo per mancanza di entusiasmo nei confronti dell’innovazione che vi racconto la mia delusione nel leggere questi pezzi.

Parlando in termini generali, il principale vantaggio offerto da Keytruda (con questo nome pembrolizumab è stato commercializzato) è quello di rappresentare una possibilità di trattamento per i tumori inoperabili, quelli per i quali finora si poteva utilizzare solo la chemioterapia, con non sempre eccellenti risultati. Secondo uno studio pubblicato su Lancet oncology, nel campione di pazienti su cui il farmaco è stato sperimentato, a distanza di oltre un anno il 70% dei malati definiti “incurabili” e trattati con esso, era vivo ed in buone condizioni, rispetto a circa il 40% di quelli trattati con la sola chemioterapia.

Pembrolizumab configura un meccanismo d’azione nuovo: non è diretto contro le cellule del tumore, ma stimola il sistema immunitario a reagire contro le stesse. Potenzia le difese naturalmente presenti nel nostro corpo: attiva i linfociti e li scaglia contro il tumore, le cui cellule vengono convinte ad optare per l’autoeliminazione.

Basterebbero questi dati ad accendere l’interesse dei lettori. Perché, allora, giocarsi la partita su altri fronti?

Il commento facebook in questione era: “Finalmente anche in Italia un farmaco miracoloso”.

Una frase breve, ma densa di citazioni pseudoscientifiche.

Finalmente: perché cavalcare la convinzione popolare che l’Italia sia in ritardo rispetto all’introduzione di elementi di innovazione? In particolare per i temi che riguardano la salute, il nostro Paese non è affatto indietro, ma ha attivato procedure veloci che garantiscano l’accesso ampio all’innovazione. L’Agenzia del Farmaco (AIFA) ha una Commissione tecnico-scientifica che stabilisce i criteri con cui vengono classificati i farmaci innovativi (sia quelli antitumorali che quelli destinati al trattamento di altre patologie, ad esempio per epatite C). La lista viene continuamente aggiornata. Per i medicinali che hanno dimostrato efficacia e sicurezza nelle fasi sperimentali, per il trattamento di malattie per le quali non esiste un’alternativa, ma sono in attesa di approvazione, AIFA garantisce comunque la dispensazione. Questo è successo di recente per il nuovo farmaco per la sclerosi laterale amiotrofica (qui l’approfondimento).

“Anche in Italia” è un ulteriore rafforzamento del pregiudizio che ci vuole retrogradi e paleolitici. Come dire: “persino in Italia”, cioè, sicuramente dopo che è avvenuto in tutti i Paesi d’Europa, quando ormai i tempi sono passati. Abbiamo visto che questo non è vero.

Un “farmaco miracoloso” è un’espressione fuorviante. Perché parlare di prodigi quando si citano argomenti scientifici, cioè perfettamente misurabili e dimostrabili? La scienza si basa su dati e prove, sui grandi numeri, su campioni di popolazione estesi, non su avvenimenti fuori dell’ordinario, esoterici, che rispondono ad altri paradigmi.

DATA SCIENCE PIC

Utilizzare questa terminologia dirotta la discussione su questo binario. Si colloca su un piano parallelo rispetto a quello scientifico, che con quest’ultimo non ha alcuna interferenza, né sovrapposizione: scienza ed esoterismo non si incontrano mai.

Possibile che non bastino le argomentazioni scientifiche, la verità offerta dalla ricerca, i successi reali della terapia, mostrati nelle fasi sperimentali? Possibile che si debba ricorrere alle spiegazioni soprannaturali?

L’espressione “Finalmente anche in Italia un farmaco miracoloso” è spiacevole anche per la sua apparente innocuità. E’ composta di vocaboli non offensivi, blandi, assemblati in maniera coerente, ma che orientano in maniera scorretta l’opinione, contribuendo a deformare la realtà dei fatti e a demolire il concetto di cultura scientifica.

(Post aggiornato il 12 febbraio 2018)