Siamo responsabili del nostro wellness attraverso la prevenzione, che parte da uno stile di vita sano.

An ounce of prevention is worth a pound of cure” affermò saggiamente Benjamin Franklin nel lontano 1735. Anche dalle nostre parti non ce la caviamo male con i motti. “Prevenire è meglio che curare” è un principio che ciascuno di noi conosce e nessuno fra noi osa smentire.

Lo scopo della Medicina Preventiva è il mantenimento dello stato di salute degli individui, sia attraverso interventi di promozione della salute che di prevenzione delle malattie. Quindi questo concetto si muove su due fronti: da un lato dobbiamo proteggere il nostro stato di benessere e, dall’altro, evitare (per quanto possibile) di sviluppare malattie.

In accordo con la Carta di Ottawa, sottoscritta nel 1986 dagli Stati appartenenti ad OMS (Organizzazione Mondiale della Sanità o WHO, World Health Organization), la promozione della salute è “il processo che consente alle persone di esercitare un maggiore controllo sulla propria salute e di migliorarla”.

Shakerando nelle corrette proporzioni i concetti sopra enunciati, otteniamo questo cocktail: la maggiorparte della responsabilità nella gestione del nostro benessere e nella prevenzione delle malattie cui possiamo andare incontro (ossia il “destino sanitario”) è proprio nelle nostre mani.

Purtroppo non percepiamo abbastanza intensamente questo richiamo, se è vero, com’è vero, che diabete e obesità, due delle malattie di cui conosciamo meglio i meccanismi protettivi, sono fra le patologie più diffuse. Qualche giorno fa “The Lancet”, prestigiosa rivista scientifica, ha sottolineato come entrambe stiano subdolamente (ma neanche tanto) diventando la nuova normalità. Fanno parte del folklore della nostra epoca industrializzata ed agiata, che ha perso di vista la qualità dell’alimentazione e l’importanza del movimento.

“Le evidenze scientifiche documentano in maniera incontrovertibile che l’esercizio fisico è efficace in numerose patologie croniche”, afferma Nino Cartabellotta, presidente della Fondazione GIMBE, che ha stilato un documento che sintetizza l’effetto dell’attività fisica su sette malattie croniche. “Tuttavia resta un intervento sanitario ampiamente sottoutilizzato”.

L’esercizio fisico è un farmaco, che dovrebbe essere prescritto dai medici e al quale i pazienti dovrebbero aderire, così come avviene per altre medicine.

I vaccini sono l’arma preventiva più potente (e relativamente economica) contro malattie terribili. Eppure conosciamo gli attacchi ingiustificati e controproducenti  di cui negli ultimi tempi sono stati oggetto.

Sappiamo per certo che, al momento, per quanto riguarda l’Alzheimer, lo stile di vita è l’unico fattore in grado di influenzare sviluppo e decorso della terapia. Sciaguratamente non esiste ancora un farmaco capace di sortire effetti paragonabili: abbiamo narrato più volte delle delusioni connesse all’interruzione degli ultimi trials clinici su molecole molto promettenti, che, nel corso delle sperimentazioni, hanno deluso le aspettative.

Per non parlare del fumo, il più importante fattore di rischio legato al tumore al polmone, il cosiddetto big killer dei Paesi occidentali, per la sua capacità di mietere vittime. Uno dei pochi parametri associati in maniera certa e definita al cancro. Il rischio di un fumatore di sviluppare la malattia è fino a 20 volte superiore a quello di un non-fumatore.

Perché è tanto difficile mettere in atto misure preventive? Dal punto di vista dell’healthcare seguire il paziente nella prevenzione è molto più complesso rispetto alla terapia, per la quale generalmente esistono già protocolli funzionanti a regime. Trattandosi di tematiche sfaccettate verso aspetti multidisciplinari, è inoltre necessario che se ne occupi un’intera équipe e non il singolo specialista. In questo framework le ASL giocano un ruolo fondamentale: l’attenzione al territorio consente di raggiungere in maniera capillare ed efficiente tutta la cittadinanza, in un contesto nel quale l’intervento richiede una forte personalizzazione.

Dal punto di vista della popolazione, invece, manca la piena consapevolezza dell’efficacia della prevenzione. Questo spiega anche perché le persone si mostrino paradossalmente più propense ad assumere farmaci o a sottoporsi a procedure diagnostiche a scopo preventivo (iniziative ben più costose e non prive di rischi), piuttosto che seguire poche semplici regole di vita. Se non conosciamo bene le prove scientifiche della validità di un sistema di mantenimento del benessere e di protezione dalle patologie, tendiamo a pensare che il gioco non valga la candela e a ridurre il nostro engagement, a sentirci meno coinvolti.

Esistono strumenti che ci rendono l’attività di prevenzione più semplice?

Naturalmente sì. La digital health è uno degli strumenti più efficaci, in questo senso. La salute digitale, ossia l’insieme dei supporti informatici (che vanno dalle app per gli smartphone ai dispositivi wearable) che ci consentono di monitorare il nostro benessere, l’attività sportiva che compiamo, i dati che caratterizzano le funzioni del nostro organismo. Attraverso la tecnologia (ed il buonsenso) è più facile tenere sotto controllo la nostra salute, mantenere la forma fisica, rilevare possibili anomalie. E fare tutto questo in completa (o quasi) autonomia.

La prevenzione è uno strumento capace di fare la differenza, sotto il profilo della sostenibilità economica, sociale e personale nella gestione delle malattie croniche. Se vogliamo continuare ad avere equità nell’accesso alle cure (ce l’abbiamo, anche se molti di voi, lo so, non ne sono convinti) dobbiamo proteggere la Sanità pubblica dagli sprechi che la penalizzano in maniera drammatica. Ma, soprattutto, se vogliamo stare bene, dobbiamo tenerci lontani dalle malattie evitabili.