L'immunoterapia è la prospettiva più brillante finora apparsa nello scenario farmacologico e bioingegneristico mondiale della terapia antitumorale. Milioni di dollari vengono investiti ogni anno in ricerca sul miglioramento dei risultati di questi trattamenti.

In realtà, quando si parla di immunoterapia si fa riferimento a qualsiasi trattamento che coinvolga il sistema immunitario nella cura di una malattia. Quindi non è un discorso specifico della patologia oncologica. Ma è in essa che sembra mostrare appieno la sua versatilità.

La chemioterapia tradizionale deprime il sistema immunitario: lo osserviamo attraverso le sue manifestazioni collaterali. Il rischio di ammalarsi dei pazienti che la ricevono è più elevato del normale e questo, spesso, li costringe a misure precauzionali, nonché a terapie di appoggio immunostimolanti. A differenza di questa, l'immunoterapia sfrutta la naturale capacità del corpo di attivare i suoi naturali sistemi di difesa, potenziandoli.

Le macrocategorie in cui possono essere suddivise le terapie immunitarie del tumore sono quattro.

I farmaci più comuni sono i cosiddetti inibitori del checkpoint. Per potersi annidare nel tessuto senza scatenare una reazione immunitaria il tumore ha bisogno di disattivare le componenti del nostro sistema di difesa deputate al riconoscimento delle cellule estranee. Gli inibitori del checkpoint bloccano questo meccanismo e scatenano le cellule più aggressive del sistema immunitario, i linfociti T killer, che sono quindi liberi di attaccare e distruggere le cellule tumorali.

Questi farmaci sono già stati approvati, vengono prescritti direttamente dagli oncologi che seguono i pazienti nella terapia e somministrati per via endovenosa.

La patologia che ha fatto da apripista alla sperimentazione dell'immunoterapia nel trattamento del cancro è il melanoma, nello specifico quello in fase avanzata. Questo è anche l'ambito in cui questa terapia ha maggiore successo. Un altro ambito di applicazione è rappresentato dal tumore del rene, storicamente poco responsivo a chemioterapia e radioterapia.

Attualmente gli inibitori del checkpoint approvati sono ipilimumab, nivolumab, pembrolizumab (più famoso con il suo nome commerciale Keytruda) e atezolizumab. Il nivolumab, in particolare, è stato testato anche su un'altra categoria di tumori difficili da trattare, quelli del distretto testa-collo. La sua sperimentazione contro il tumore del polmone a cellule squamose è stata interrotta prima del termine perchè i risultati erano così a suo favore, rispetto al trattamento tradizionale, che alcuni organismi regolatori l'hanno subito approvato e messo a disposizione dei pazienti.

Altri tipi di tumore in cui si impiegano gli inibitori del checkpoint sono il linfoma di Hodgkin e il cancro della vescica.

La percentuale di successo degli inibitori oscilla fra il 20 e il 40% dei pazienti. Combinare due inibitori aumenta le probabilità di guarigione. Combinare un inibitore come ipilimumab con un farmaco che modifica il DNA del tumore aumentando le sue possibilità di stabilire interazione con il sistema immunitario può, in determinati casi, migliorare ancora la performance.

Questa terapia non è esente da effetti collaterali. I rischi sono quelli dello sviluppo di patologie autoimmunitarie, fenomeni infiammatori, diarrea, problemi respiratori, dolori articolari e muscolari o artrite reumatoide, a seconda del distretto trattato. Tuttavia, solitamente questi effetti sono controllati bene dalla somministrazione di cortisonici.

Il costo di una terapia con gli inibitori del checkpoint per un paziente è pari a $150.000 all'anno. Big deal! 

Una seconda forma di immunoterapia del cancro coinvolge le cellule, nello specifico i linfociti T. Essi vengono rimossi dal sangue del paziente, ingegnerizzati per esprimere un recettore in grado di riconoscere le cellule tumorali e quindi reinfusi. Questo trattamento viene allestito in maniera personalizzata per ogni paziente, per rispondere meglio alle sue caratteristiche genetiche ed alla tipologia di tumore da cui è affetto. Si chiama terapia CAR T cells, acronimo di Chimeric Antigen Receptor, espressione che fa riferimento al recettore chimerico espresso dai linfociti elaborati.

E' una soluzione ancora in fase sperimentale, somministrabile solo in sede di trial clinico e solo per trattare i tumori liquidi, linfomi e leucemie, in cui raggiunge una percentuale di successo variabile fra il 25 ed il 90%. La reazione collaterale associata alla terapia CAR T è la superstimolazione del sistema immunitario, che può comportare un serio rischio di vita per il paziente, ma che, normalmente, è controllabile dal punto di vista clinico-farmacologico.

Quando entrerà a pieno diritto nella pratica clinica anche questa terapia costerà qualche centinaio di migliaio di dollari all'anno per paziente.

La terza alternativa è rappresentata dagli anticorpi bispecifici. Anche questo è un trattamento personalizzato. L'anticorpo bispecifico lega da un lato la cellula tumorale e dall'altro il linfocita T: in questo modo quest'ultimo è facilitato nel riconoscimento della prima e nella sua successiva distruzione. Attualmente è approvato un trattamento contro una forma rara di leucemia.

L'ultima tipologia di immunoterapia del cancro è quella dei vaccini. A differenza di quanto accade nelle vaccinazioni infantili comunemente conosciute, somministrate a scopo preventivo, queste terapie sono allestite a malattia già sviluppata. Il loro ruolo è quello di attivare il sistema immunitario nell'aggressione del tumore.

L'unico vaccino specifico attualmente approvato per l'immunoterapia del tumore è Provenge contro il carcinoma prostatico. Un secondo tipo di vaccino usato è, in realtà, una terapia immunitaria antitubercolosi, aspecificamente impiegata per il tumore della vescica.

Il primo vaccino universale contro tutte le forme di tumore è stato recentemente testato in Europa ed ha fornito risultati incoraggianti: in tutti (pochi, per la verità) i pazienti trattati il cancro ha smesso di crescere. In particolare, la tecnologia liposomica con cui viene veicolato il vaccino, è estremamente efficace nello stimolare la reazione immunitaria. Tuttavia è presto per trarre conclusioni, che, allo stato attuale, sarebbero quantomeno affrettate.

Dai tumori solidi a quelli liquidi, non esiste una forma di cancro in cui non si possa testare, almeno in una sua fase, l'immunoterapia.

Il recente summit ASCO2016, il più importante appuntamento mondiale sull'oncologia, ha tracciato il futuro prossimo della terapia antitumorale. La combinazione personalizzata di più trattamenti, supportata negli aspetti farmacologici e bioingegneristici dalle recenti acquisizioni sperimentali, negli aspetti chirurgici da computer, robot e sistemi video ed in quelli digitali dalla tecnologia di gestione di Big Data. 

Il prossimo step in questa direzione è quello di costituire un archivio globale delle caratteristiche genotipiche per poter individuare nella maniera più rapida il trattamento più adeguato per ogni paziente.