La questione dell’antibiotico resistenza è nota da decenni. WELLNESS4GOOD ne ha scritto più volte (vi rimando al post specifico per gli approfondimenti). Da molti anni è noto che i batteri possono sviluppare la capacità di “abituarsi” alla tossicità dei farmaci che dovrebbero eliminarli. Ma l’elaborazione di misure per controbattere il pericolo è stata rimandata fino a quando ha assunto le proporzioni dell’emergenza.

Stamattina mi ha colpita un articolo di Council.on Foreign Relations (eccolo) che pone l’accento su un’altra forma di resistenza: quella da parte della politica nel recepire i moniti della scienza. Il problema della perdita di efficacia degli antibiotici è stato affrontato quando ormai la minaccia era globale e la gravità della situazione non consentiva più di parlare di misure preventive, ma esigeva soluzioni. La presenza in agenda nell’Assemblea plenaria dell’ONU di fine settembre 2016 del fenomeno dell’antibiotico resistenza, ha definitivamente sancito l’ipotesi dell’emergenza planetaria. Pensate che nei suoi 72 anni di vita, solo quattro volte l’organizzazione delle Nazioni Unite ha portato al proprio tavolo allarmi di tipo sanitario.

Così, allo scopo di arginare il fenomeno, la politica ha:

  • sensibilizzato e incentivato le industrie farmaceutiche verso lo sviluppo di nuovi antibiotici in grado di agire attraverso meccanismi alternativi
  • incaricato le associazioni mediche di stilare linee guida per il corretto utilizzo degli antibiotici già esistenti e per la promozione delle misure igieniche atte a contrastare la propagazione delle infezioni.

Queste iniziative hanno trovato naturale sponsorizzazione negli episodi di agghiacciante cronaca sanitaria. Il caso della donna diagnosticata in Pennsylvania nell’Aprile 2016 (qui potete rileggere la notizia) con infezione urinaria indifferente a qualsiasi antibiotico in uso, ha terrorizzato il mondo. Il fatto che si trattasse, come le indagini di laboratorio hanno evidenziato, di un batterio abbastanza comune, ha amplificato l’emotività. Tuttavia quell’Escherichia coli nulla aveva di ordinario, dal momento che una mutazione genetica lo aveva reso invincibile persino alla colistina, l’ultima spiaggia dei microbiologi.

La Review on Antimicrobial Resistance redatta il mese successivo da Lord Jim O’Neill, economista e membro della Camera dei Lords britannica, stima in 700.000 il numero delle persone che ogni anno muoiono nel mondo per infezioni resistenti agli antibiotici. Cifre destinate ad aumentare negli anni a venire.

Progressivamente ed inesorabilmente, la questione evidenzia la sua spaventosa dimensione. Emerge che in Cina molti animali domestici alimentati con cibo contaminato, albergano ceppi di Escherichia coli mutato resistente alla colistina (sì, ancora lui) che non di rado trasmettono ai loro proprietari. Il timore è che il gene che conferisce al microbo questa temibile vantaggio (per lui) evolutivo venga trasmesso ad altri batteri. Ma il coinvolgimento veterinario nel problema dell’antibiotico resistenza non è limitato a qualche migliaio di gatti o cani d’appartamento. L’utilizzo scorretto ed inappropriato di antimicrobici è uno dei nodi fondamentali della questione. Lo è nell’uomo e lo è nell’animale, con la differenza che i numeri in gioco, in questo secondo caso, sono molto più impattanti.

Oltre ad essere impiegati per la cura delle infezioni batteriche, gli antibiotici vengono utilizzati per la loro prevenzione (ad esempio nel caso in cui un animale appartenente alla struttura abbia contratto un germe e si tema il contagio di massa) e per promuovere la crescita degli animali (attraverso un meccanismo ancora poco chiaro), rispondendo così alle esigenze del mercato.

A questo punto ritengo prezioso il contributo dei numeri. Nella sola Cina nel 2012 sono stati allevati 660 milioni di capi di suini, per un consumo totale di antibiotici pari a 84,9 milioni di chilogrammi. Il fatto che le coperture sanitarie siano mediamente scarse e che gli antibiotici vengano spesso prescritti anche nell’uomo al di là dell’appropriatezza, non può che peggiorare una situazione già compromessa. Dal momento che in questo grande Paese la colistina non è usata in clinica e che ceppi di batteri resistenti alla colistina sono presenti ed in buona salute, identifichiamo come unica sorgente di resistenza l’allevamento.

Negli Stati Uniti le condizioni medie di vita sono diverse ma il problema non è da meno. La frequenza di infezioni dermatologiche resistenti manifestate dal personale addetto all’allevamento di suini è in costante crescita. Negli Stati Uniti il 70% degli antibiotici consumati è attribuibile al settore animale. Gli americani spendono centinaia di milioni di dollari all’anno per bonificare le strutture ospedaliere in seguito agli episodi di contaminazioni da ceppi resistenti, non sempre efficacemente. E qui si tocca il secondo punto nevralgico per lo sviluppo delle resistenze batteriche: gli ospedali.

E’ chiaro che la sola promozione delle misure igieniche e della corretta assunzione degli antibiotici per uso umano non siano sufficienti a contrastare un fenomeno che trova numeri e proporzioni ben maggiori nel settore animale.

Quindi, la soluzione è smettere di mangiare carne?

No. Anche perché il pesce non è immune da questo problema. La piscicoltura è comunque un ambito che utilizza lo strumento antibiotico per la gestione della crescita degli animali.

La soluzione non è neppure la conversione al veganesimo (almeno non per questa ragione), che non è (o non lo è ancora) un modello scientifico di alimentazione completa e bilanciata.

Quindi, la soluzione è abolire gli allevamenti intensivi?

No. La soluzione è introdurre procedure alternative per proteggere la salute del bestiame (e, quindi, in definitiva, la nostra) e la loro alimentazione, regole restrittive e controlli.

Negli USA è in vigore il divieto di somministrare antibiotici allo scopo di promuovere la crescita dei capi di bestiame. In Zambia un progetto di vaccinazione del bestiame contro un microorganismo locale ha permesso di crescere animali più in salute (e quindi più grandi) e di ridurre drammaticamente l’impiego dei farmaci.

Fra il 1992 ed il 2008 la Danimarca ha affrontato un percorso che ha portato al dimezzamento delle quantità di antibiotico impiegato per la crescita del bestiame, senza danni particolari alla produzione. Tuttavia, nonostante la riduzione globale dell’utilizzo di antibiotici, non ci sono state ripercussioni significative sulla resistenza batterica. Probabilmente l’espansione e l’affinamento delle procedure di sorveglianza nei confronti delle forme di resistenza in campo veterinario ed i controlli sulle somministrazioni, permetterebbe almeno di disporre di dati di maggiore qualità su cui riflettere. La resistenza ai carbapenemi (una classe di antibiotici molto potenti), ad esempio, non può essere spiegata dall’(ab)uso veterinario, perché i carbapenemi non sono utilizzati negli allevamenti.

Attualmente le misure in vigore nelle singole nazioni appaiono bisognose di una strategia più globale e di normative di carattere più universale. La correlazione fra somministrazione di grandi quantità di antibiotici negli allevamenti e sviluppo di resistenze batteriche umane è ancora poco chiara, ma, per le sue ripercussioni sull’uomo e stante la situazione di emergenza attuale, da approfondire.