L’ansia è un’emozione dolorosa che vogliamo allontanare, ma un’interpretazione originale può aiutarci a viverla come uno strumento aggiuntivo.

Continua il nostro cammino, iniziato ieri con un post sui Disturbi dello Spettro Autistico, alla scoperta di una nuova interpretazione di alcune malattie mentali, più o meno gravi. Oggi è la volta dell’ansia. O meglio, di GAD (Generalized Anxiety Disorder, come definito nell’ultimo DSM, la Bibbia dello psichiatra), eccessiva ed incontrollabile preoccupazione che influenza la vita di chi ne soffre.

I cittadini dei Paesi più ricchi soffrono maggiormente di ansia rispetto a quelli dei Paesi più poveri, fa notare Statnews questa mattina (vi aggiungo il link che ha dato inizio alla mia rassegna stampa quotidiana). Piuttosto prevedibile, direte voi. L’ansia è intuitivamente osservabile come il prodotto di un meccanismo fine della mente, un’emozione che subentra quando altri mali (dotati di una maggiore componente life-threatening) gliene concedono la possibilità. Come si dice…ubi maior minor cessat. Ma l’intuito non è infallibile (vedremo fra poco in cosa consiste la sua parziale inattendibilità). Esiste, poi, una seconda questione. L’ansia è un sintomo di allarme non riferibile a pericoli concreti. Altrimenti parleremmo di paura. Nel caso di individui alle prese con contesti socio-politico-economici svantaggiati, afflitti da guerre e povertà, da arretratezza economica ed analfabetismo, i rischi con cui confrontarsi giorno per giorno sono effettivamente tangibili.

I ricercatori che hanno condotto questo studio sono membri del World Mental Health Survey Consortium del WHO (la sezione dell’Organizzazione Mondiale della Sanità che si occupa di salute mentale) e hanno pubblicato i risultati su JAMA (vi inserisco qui il link all’articolo).

Bisogna puntualizzare che questi dati emergono al netto dei fattori potenzialmente alteranti. L’ansia non si manifesta sempre attraverso le stesse modalità. E nei Paesi poveri potrebbe presentarsi sotto diverse spoglie, ad esempio già tradotta in sintomi fisici. Inoltre, perché ci possa essere uno studio, è necessario che prima ci sia stata una serie di colloqui. La modalità delle persone di esporre le proprie sensazioni, non è uniforme, tanto che potrebbe essere più facile, per qualcuno, parlare di componenti fisiche piuttosto che di sofisticatezze emotive.

Tenuto conto di tutto ciò, l’ansia di cui stiamo parlando non è semplicemente una sensazione percepita come negativa e spiacevole: produce una vera e propria interferenza con le attività quotidiane, con le responsabilità personali e professionali degli individui. Diventa quindi essenziale, anche ai fini sociali, comprendere i meccanismi con cui si sviluppa e, di conseguenza, come si possa attuarne una forma di prevenzione.

E’ possibile prevenire l’ansia? Molti studi hanno messo in correlazione positiva ansia ed intelligenza. Entrambe le componenti avrebbero un significato evoluzionistico, ossia un campanello d’allarme attivo 24 ore su 24. Uno stato di tensione che mantiene costantemente all’erta e non consente di abbassare la guardia nei confronti dei pericoli. I nostri antenati, sulla scorta di questa dotazione sofisticata, hanno potuto assecondare meglio l’istinto di sopravvivenza, scampando con maggiore successo all’assalto dei predatori. Quindi queste componenti hanno rivestito un ruolo conservativo, adattativo. L’ansia si manifesta con un’attivazione del sistema nervoso simpatico, quello più antico, che scatena nel nostro organismo la reazione di attacco e fuga (fight and flight), mediata dall’adrenalina. Provoca aumento della frequenza respiratoria e cardiaca, aumento della pressione sanguigna, dilatazione dei bronchi e delle coronarie, dilatazione dei vasi dei muscoli scheletrici, contrazione dei vasi sanguigni periferici. Quando siamo ansiosi (tradotto nel linguaggio dell’evoluzione: quando la minaccia incombe) il nostro cuore batte all’impazzata, respiriamo velocemente e superficialmente, effetti di una generale mobilitazione delle risorse del corpo.

Oggi l’ansia ha mantenuto questo ruolo, ma adattandolo alle nuove circostanze. Gli ansiosi, infatti, tendono a fuggire, ma, in mancanza di predatori in senso stretto, scappano dalle situazioni, evitano di affrontare le loro paure. Questo mantiene viva l’ansia, che si nutre dell’insicurezza generata dall’evasione dai problemi. Con notevoli ripercussioni dal punto di vista sociale e personale, perché la lotta continua contro un nemico invisibile sottrae attenzioni ed energie normalmente investite nella vita professionale e negli affetti in una sorta di multitasking forzato protratto.

Ha un senso prevenire l’ansia? Come abbiamo visto, al di là dell’inquadramento sociale del fenomeno, l’ansia non è un meccanismo psichico recente. E si è mantenuta perché utile (ancorché facciamo fatica a comprendere come, data la dolorosa sensazione che provoca). Allora potrebbe avere un senso (ed è quello che fa la terapia) l’educazione verso una corretta gestione del comportamento da parte degli individui ansiosi. E’ provato, infatti, che a determinare sofferenza non è tanto l’ansia, quanto le reazioni che provoca nella persona. Da un punto di vista sociale, l’interpretazione odierna è limitante rispetto al significato adattativo che essa ha rivestito nell’evoluzione dell’uomo. Da un punto di vista personale, concentrare la nostra attenzione sulla sua importanza evolutiva, potrebbe aumentare la consapevolezza di possedere uno strumento aggiuntivo, un’emozione spiacevole ma utile, come lo sono molte esperienze della vita.